“LA CATENA DEL TEMPO” DI AURORA OVAN
Il cortometraggio “La catena del tempo”, girato dalla regista friulana Aurora Ovan (classe 1996), concorre all’Edera Film Festival 2025 aprendo la sezione Focus Nordest, introdotta per valorizzare voci, storie e paesaggi legati al territorio che ospita la rassegna.
L’atmosfera dell’opera, girata in un suggestivo bianco e nero che libera il racconto dalla dimensione temporale, è quella misteriosa delle leggende popolari. In un desolato paesaggio montano, reso inospitale dal freddo, una vecchina infagottata scende lentamente a valle: un piccolo lume tra le mani a rischiararle la via, una pesante catena di ferro cigolante legata alla vita. È la catena del tempo, elemento concreto del rito che ogni anno deve ripetersi affinché al gelo invernale segua una fulgida primavera, nonché simbolo del giogo spietato a cui ogni essere vivente è assoggettato: la grande bellezza del ciclico alternarsi delle stagioni ha il retrogusto amaro di uno scorrere del tempo inarrestabile, a cui non si può che arrendersi. Così anche questa volta, come ogni inverno, in uno sperduto villaggio, chissà dove, chissà quando, un bambino, il prescelto, risale a ritroso il sentiero tracciato dalla catena rituale, per offrire spontaneamente alla sacerdotessa, che vive nel profondo del bosco, un piccolo dono simbolico, sacrificando la propria infanzia affinché la natura ritorni a fiorire rigogliosa.
La notevole sensibilità estetica di Aurora Ovan infonde vita a una sceneggiatura asciutta ed essenziale, la cui assenza totale di dialoghi ben si accorda con l’aura evocativa di questo piccolo quadro fiabesco. Se la voce umana tace, emerge però perturbante un sound design ben modulato, che si serve a tratti di motivi extradiegetici di varia natura senza mai togliere centralità ai rumori ambientali che stimolano i sensi dello spettatore: il calpestio dei passi, lo scroscio dell’acqua e, soprattutto, l’inquietante stridio metallico della catena “infinita”. Le scelte di fotografia funzionano, soprattutto nei campi lunghi che disegnano quadri ameni e armoniosi, alternati ai primi piani che sanno catturare l’espressività degli attori, a volte placidamente estatica, altre giocosamente guizzante.
Quest’alternanza tra riprese ravvicinate e inquadrature di ampio respiro non è però pienamente efficace quando, nel corso del corto, la telecamera perde di vista per troppo tempo la figura umana, restringendo il proprio sguardo su fiori, foglie, insetti, per celebrare la primavera, o allargandolo troppo spesso su vuoti paesaggi, con un effetto di impronta documentaristica che, soprattutto verso l’epilogo, smorza quell’incantesimo visivo che in avvio era riuscito a inebriare, contribuendo alla perdita di forza di un epilogo che non appaga a pieno perché un po’ troppo “fumoso”, anche considerando il carattere volutamente enigmatico propria del genere fantasy.
Ad ogni modo “La catena del tempo” è un corto che appaga i sensi, accendendo nello spettatore una curiosità di bambino nei confronti dei piccoli e grandi misteri di una natura multiforme, che l’autrice dimostra di amare visceralmente.