La ricompensa del gatto di Hiroyuki Morita

Un sospiro di sollievo

A conferma dell’avviata apertura della distribuzione italiana alle piccole perle provenienti dal paese del Sol Levante, La ricompensa del gatto di Hiroyuki Morita, seppur con un ritardo quasi quindicennale, ha potuto fare una rapida sortita nelle sale il 9 e 10 febbraio.

In qualità di spin-off del delicatissimo I sospiri del mio cuore di Yoshifumi Kondo, il film si propone di approfondire la componente fantasy soltanto accennata nell’opera principale, ricostruendo le imprese del Barone, la statuetta che aveva ispirato l’eroina di Kondo, Shizuku, nella stesura del suo romanzo.

Questa volta protagonista è Haru, una liceale con la testa fra le nuvole che per poco non finisce investita nel tentativo di salvare un curioso gatto, il quale, ringraziatala compitamente, prosegue per la sua strada. Haru crede di aver battuto la testa ma quella sera riceve la visita del corteo del Re dei Gatti: infatti il micio da lei salvato è nientemeno che Lune, prossimo erede al trono. L’indomani, oltre ad alcuni strani doni – topi ed erba gatta –, riceve l’invito di un gatto cortigiano a recarsi al Palazzo Reale: frustrata dal ritmo frenetico della sua vita e da una relazione amorosa che pare non si instaurerà mai, accetta, ma poco dopo una voce misteriosa la dissuade e le consiglia di cercare il Barone. Seguendo il grosso gatto Muta attraverso un labirinto urbano, Haru giunge all’ufficio del suddetto, ma non ha nemmeno il tempo per un tè che viene rapita dagli scagnozzi del Re. Sarà dunque compito del Barone e dei suoi compagni riportare Haru indietro dal magico Regno dei Gatti con una – letteralmente – esplosiva operazione di salvataggio.

Nonostante il tono spensierato e tutto sommato poco innovativo, La ricompensa del gatto costituisce uno dei titoli dalla produzione più travagliata della storia dello Studio Ghibli: tutto iniziò nel 1999, quando un parco a tema commissionò allo studio un corto animato di una ventina di minuti che fosse incentrato sui gatti. Fu allora che Miyazaki decise di cavalcare l’onda del successo riscosso 4 anni prima da I sospiri del mio cuore e di approntare una nuova sceneggiatura, mantenendo però tre elementi dell’originale: una bottega misteriosa (come l’antique shop Chikuya dove Shizuku vede per la prima volta Baron), Muta (il gattone che guida Shizuku fino al negozio, ispirato a Ushiko, il felino randagio a macchie marroni che realmente soleva aggirarsi per lo Studio Ghibli) e, ovviamente, il Barone stesso.

Fu pertanto contattata l’autrice del manga che allora aveva fatto da soggetto, Aoi Hiiragi, che diede alla luce il seguito, Baron – Neko no Danshaku, dopodiché Miyazaki, vista la prematura scomparsa di Kondo (deceduto nel 1998 per un aneurisma), pose a Takahata la questione dei nuovi talenti e ambedue ritennero di dover affidare il Cat Project a un giovane esordiente alla regia. Si optò per Hiroyuki Morita, animatore di professione che era stato notato dal cofondatore dello studio nel corso della lavorazione de My Neighbors – The Yamadas. Ciò che evitò al progetto l’oblio quando il parco a tema ritirò la propria richiesta fu la fiducia di Miyazaki e della Hiiragi nelle potenzialità della storia, che ora poteva essere sviluppata senza limiti di minutaggio. Inizialmente si pensò a un mediometraggio di 45 minuti, ma dopo aver visionato gli storyboard nel frattempo realizzati da Morita, furono tutti concordi sul fatto che un film full-lenght fosse d’obbligo.

Ma che cosa conserva effettivamente questa pellicola della poetica de I sospiri del mio cuore? Molti hanno parlato de La ricompensa del gatto come di un vero e proprio tradimento dell’eredità intellettuale di Kondo, in quanto prodotto difettivo di quell’inno all’arte e alla fantasia attraverso la magnificazione di valori genuini ma estremamente concreti tipico del suo mondo, e anche del consueto percorso di formazione: si consideri per esempio che nel primo film Shizuku desidera diventare scrittrice e Seiji liutaio, e che entrambi si risolvono a completare prima di tutto gli studi. Ma in realtà vi sono alcuni importanti elementi di continuità, in primis la musica.

Ne I sospiri del mio cuore è appunto la musica a legare i due personaggi principali, l’una impegnata in una traduzione dall’inglese del brano Take Me Home, Country Roads, l’altro violinista e avido di apprendere l’antica pratica artigianale cremonese; inoltre, la città appare lontana e la vicenda si svolge pressoché esclusivamente in interni, tra cui uno dei più significativi è appunto il laboratorio da liutaio del nonno di Seiji, in cui ha luogo l’indimenticabile esecuzione corale di Country Roads. Per La ricompensa del gatto si è proseguiti su questa linea ed è stato richiamato il compositore Yuji Nomi, allievo del sensei Ryuichi Sakamoto. Egli, oltre ad aver riutilizzato – nascondendoli con astuzia – due dei temi principali utilizzati nel film di Kondo, si è avvalso dell’intera Orchestra Filarmonica di Tokyo per la colonna sonora originale, giungendo a un risultato non incoerente con la sua precedente fatica e in perfetta armonia con la theme song di Ayano Tsuji Kaze ni Naru.

In secondo luogo, è innegabile che anche per l’ingenua Haru vi sia una sorta di bildung, quantunque non comparabile per interiorizzazione a quella di Shizuku e nonostante essa lasci trasparire una lezione morale ambigua: costei, inizialmente travolta dagli eventi, mostrerà nel finale un serafico ma consapevole distacco da questi ultimi, forte della lezione che rifugiarsi in un mondo fittizio dove l’accidia regna sovrana è di ben poco aiuto nel quotidiano. Trattasi di un’eroina atipica per un film Ghibli proprio in virtù della sua attitudine pigra e oziosa che si è sempre stati abituati a veder demonizzata da figure quali Kiki o Chihiro: Haru non necessita di superare prove né di assumersi la responsabilità di una scelta perché, nel bene e nel male, vi saranno sempre agenti esterni a garantirle una via d’uscita.

Guardando invece al puro dato della qualità delle animazioni, si scorge un’attenzione millimetrica per i fondali e le scenografie in ambiente metropolitano (la cui minuzia è dovuta alle centinaia di foto degli anfratti più angusti di Tokyo scattate dai membri del reparto animazione), mentre i personaggi (umani e non) risultano approssimativi, quasi fossero stati solo abbozzati. Ciò riflette una grave mancanza di autorialità da parte di Morita, cosa che certo non ha mancato di indispettire chi si aspettava di ritrovare il tratto esile e preciso di Kondo.

A ogni modo, prima di lasciarsi andare a facili condanne, è d’uopo tener da conto la caotica gestazione di questa pellicola e ancor più il suo scopo primario, ovvero offrire uno spaccato dell’avventurosa vita del Barone che, al fianco di Shizuku, avevamo soltanto udito raccontata dalle parole del signor Nishi. I riusciti tempi comici e le semplici ma esilaranti gag, assieme coi giochi di parole in “gattese”, garantiscono un divertimento fors’anche troppo puerile, ma non per questo bisogna storcere il naso: come Haru, anche gli autori, a volte, sentono il bisogno di evadere.