La scala di seta al Teatro La Fenice

Il progetto “Atelier della Fenice” ha coinvolto dal 2012 la Scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia nella realizzazione delle cinque farse create da Rossini tra il 1810 e il 1812 per il Teatro San Moisè. La cambiale di matrimonio, L’inganno felice, La scala di seta, L’occasione fa il ladro e Il signor Bruschino hanno offerto la possibilità agli studenti di confrontarsi col mondo ove in futuro lavoreranno.

La scala di seta, riproposta più volte al Malibran, arriva quest’anno al Teatro La Fenice. L’allestimento traspone l’azione ai tempi d’oro della musical comedy hollywoodiana, dove colli di volpe, tailleursliftboys, pin-up piume e paillettes rievocano il cinema di Lubitsch e Wilder. La ripresa della regia, curata da Bepi Morassi, è meno incisiva rispetto alle precedenti occasioni, nonostante siano stati scritturati cantanti che la conoscono bene. L’effetto comico è meno marcato a causa forse della tensione creata dal podio. Le scene di Fabio Carpene possiedono un’eleganza particolare, evidenziata in maniera adeguata dalle luci nitide di Fabio Barettin. I costumi di Sofia Farnea meriterebbero una colorata rinfrescata, risultando troppo omogenei nelle fogge.

Gli interpreti

Irina Dubrovskaya, Giulia spigliata e graziosa, si riconferma soprano dotato di buona tecnica. Claudio Levantino, basso dal timbro scuro e brunito, è un Blansac scanzonato. A Francisco Brito, amoroso Dorvil nel complesso accettabile, va il merito di riuscire a reggere il tempo poco pensato che il direttore prende per “Vedrò qual sommo incanto”. Anche Rosa Bove, Lucilla irresistibile, cade sulle scelte di Casellati che la portano ad anticipare l’attacco di “Sento talor nell’anima”. Corretto il Dormont di Cristian Collia. Filippo Fontana è Germano dal fraseggio poco convincente e dalla voce poco duttile.

Al maestro Alvise Casellati non pare interessare, come evidenziato sopra, il rapporto con il palcoscenico, creando plurimi scollamenti tra palco e buca. La sinfonia si perde in una lettura superficiale dove l’inventiva di Rossini si annacqua in agogiche banali. Oltre alle criticità citate, il duetto Giulia-Germano della scena prima è disomogeneo e lento, mentre l’orchestra copre a tratti i cantanti nel concertato di sconcerto “Sì che unito a cara sposa”, considerevole novità formale del Pesarese. L’Orchestra mantiene comunque un ottimo assetto e trova più ampio respiro nelle dinamiche meno sostenute.

Applausi entusiasti per tutti alla recita del 26 settembre.

Luca Benvenuti