“La solitudine del satiro” di Ennio Flaiano

Scrittore, giornalista, noto soggettista e sceneggiatore ampiamente prestato al cinema in pellicole indimenticabili quali La strada (1954), La dolce vita (1960) e (1963) di Federico Fellini, La notte (1961) di Michelangelo Antonioni, Luci del varietà (1950) codiretto da Lattuada e Fellini ecc., Ennio Flaiano è stato una figura chiave della ‘società del caffè’ anni ’50-60, protagonista dei salotti intellettuali di via Veneto, che ha poi fedelmente ritratto in alcuni dei suddetti film.

La solitudine del satiro, pubblicata nel 1973, ad un anno di distanza dalla sua morte, è una raccolta postuma di note di diario, articoli apparsi sulle testate con le quali collaborava (Corriere della Sera, Il Mondo, Europeo) in un arco temporale che va dal 1956 al 1972, aneddoti di viaggio e quotidianità.

Con l’occhio dissacrante e attento del transit’s passenger che lo contraddistingue, l’autore spazia dalle idee su di sé e la propria inadattabilità ai tempi, a considerazioni più ampie sul ruolo dell’individuo moderno nella società, nella politica, nell’arte…

Legato agli amici ‘di una volta’ e fedele agli ideali di gioventù, Flaiano passeggia per le strade della Capitale fotografando una pochade che supera la fantasia dei commediografi e che descrive come sguaiata e kafkiana.

Uomini con qualche slancio televisivo, a corto di emozioni, che si abituano a tutto; vittime della noia e del culto assoluto della mancanza di personalità. Una moltitudine che adora solo sé stessa, dedita ad una vita sociale basata sull’equivoco di un edonismo illusorio, sul bisogno individualistico d’esteriorizzarsi, di rendersi visibili al fine di diventare desiderabili. Mai epoca, commossa unicamente dalla simbologia sentimentale e turbata dalla drammatica sessuale, è stata come questa tanto favorevole ai narcisi e agli esibizionisti.

Un universo balzachiano, mediaticamente sovraesposto, incapace di meravigliarsi, che rincorre l’Eroe di turno, purché rappresenti una rassicurante mediocrità nella quale potersi identificare. Lo spirito individualistico a completare l’opera: un singolo sempre più solo, inibito, costretto a morire “in odore di pubblicità”.

Tra una chiacchiera con l’amico Vincenzo Cardarelli, che come lui e altri artisti di spicco frequentava all’epoca l’Antico Caffè Greco, numerosi retroscena de La dolce vita e la critica al teatro e alla manutenzione stradale, Flaiano ravvisa il verismo indisponente del ‘nulla’ che contraddistingue certi modi d’essere e ripercorre l’urbanesimo indiscriminato della sua città adottiva.

Spingendosi fino al ricordo degli anni del collegio nazionale, la sera del 26 ottobre 1922, in cui partì dalla stazione di Pescara per cominciare l’anno scolastico a Roma e si ritrovò nel vagone di terza classe insieme ad un manipolo di fascisti locali. Una città eterna piovosa, che lo accolse melanconica e petulante e che, successivamente, trasformò in una sentina di vizi, in accordo con quell’odi et amo durato poi una vita intera.

Ennio Flaiano
La solitudine del satiro
Adelphi (Piccola Biblioteca 373)
1996
pp. 380, € 18,00