“La sottile linea scura” di Joe R. Lansdale

La sottile linea scura (A Fine Dark Line, 2002), rievoca immantinente il classico coming-of-age in stile Stand by Me (Rob Reiner, 1986), cioè uno di quei libri dal sapore nostalgico, che ti catapulta magicamente indietro nel tipico mood adolescenziale, costeggiando i toni affatto banali del noir.

La storia è narrata in prima persona da Stanley Mitchell Jr., il protagonista, e ha luogo nel 1958, quando il ruolo della donna e delle ‘minoranze’ (soprattutto di colore ed omosessuali) era controverso e il ruggito dei diritti civili ancora lontano.

La famiglia Mitchell si trasferisce nella città di Dewmont (località inventata), Texas orientale, sul finire degli anni ’50, per prendere in gestione un drive-in: il Dew Drop.

Dal ritrovamento casuale d’un rugginoso cofanetto contenente lettere e pagine di diario, nel bosco adiacente il cinema, si dipana una vera e propria caccia ai fantasmi che avrà come filo conduttore il labile confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti, lo stesso che separa i misteri delle tenebre dalla realtà.

Tra un blues di Big Joe Turner, le singolari atmosfere rockabilly dell’epoca, un paio di stivali Roy Rogers, ricatti, minacce, baruffe, fanatismi religiosi e misteriosi delitti, Stanley, spalleggiato da sua sorella Callie, dall’amico proiezionista Buster, dal coetaneo Richard e dal fido compagno a quattro zampe Nub, si ritrova a pagare il prezzo più alto di quella goffa indagine su oscuri omicidi avvenuti nel 1945 ai danni di due giovani donne, Jewel Ellen Stilwind e Margret Wood: la perdita della propria candida spensieratezza.

Aprire quello scrigno era come se avesse dischiuso le forze del Male, offendendo gli déi ed inducendoli a scatenare tutti i segreti e le brutture perpetrati per mano dell’uomo.

La contrapposizione tra i valori della virtuosa famiglia Mitchell, impreziosita dalla figura d’una simpatica governate, Rosy Mae Bell, e le angherie volte ad insabbiare le incresciose vicissitudini della stirpe più potente della città, gli Stilwind, sarà la cartina tornasole della differenza di status sociale, decisiva all’interno di qualunque comunità, e di tutti i torbidi giochi di potere e connivenza che ne derivino.

L’autore, classe 1951 e fervido appassionato di arti marziali già dall’età di undici anni (ha aperto persino una scuola a Nacogdoches, la Lansdale’s Self-Defense Systems), vanta una produzione letteraria in grado di spaziare dal fantawestern al thriller, dallo splatterpunk alla satira, dal pulp all’horror ecc., influenze che si fondono fino a creare quello che l’autore stesso ama definire “lo stile Lansdale”.  Anche in questo caso, egli tratteggia sapientemente un romanzo di formazione insolito, che lascia spazio a due riflessioni esistenziali cardine: il fatto che la vita sia tutta una gigantesca coincidenza e l’importanza del passato man mano che la senilità incalzi.

Ed è proprio sul dolce declivio dell’età, quando ormai adulto richiama le sue memorie, che il protagonista si rende conto di quanto fossero profetiche le parole allora pronunciate dal prode Buster: “La vita non è giusta, e non è che tutto quanto deve tornare a posto come i pezzi di un puzzle. […] C’è un mucchio di cose che non sapremo mai come sono andate. Più che tirare a indovinare, non si può.”

Joe R. Lansdale
La sottile linea scura
Einaudi (Super ET), 2018
pp. 300, € 13,00