“La stiva e l’abisso” di Michele Mari

Un misterioso galeone spagnolo si ritrova immobilizzato a causa d’un’interminabile bonaccia, mentre il capitano, Torquemada, giace inerme sul suo giaciglio in preda ad una purulenta gangrena.

Egli riceve il bollettino giornaliero sia dal suo Secondo, Menzio, sulfureo e rude filibustiere ossessionato dalla ricerca del (presunto) tesoro, che dal mozzo Ernestín: a bordo della ‘nave fantasma’, teatro di misteriosi eventi, l’equipaggio sembra via via destinato ad un’agonizzante nonché inspiegabile morìa.

Marinai non più rilegati al concetto di ‘ciurma’, bensì individui soli e spaesati, negazione della societas, vittime di vaniloqui riconducibili a strani pesci cantastorie che, attraverso delle scariche elettriche rilasciate durante ibridi amplessi, sembrano riuscire a trasfondere macabri racconti di annegamenti, dando agli avventori l’impressione di essere loro stessi i protagonisti dei medesimi.

Durante le interminabili giornate, le conversazioni tra i superstiti, intessono riflessioni sulla vita: finiscono per interrogarsi circa l’aspro confronto tra l’immaginazione del fanciullo e la memoria disillusa dell’adulto; guardano all’esistenza come ad una continua fabbrica di ricordi, il che equivale un po’ ad essere ‘morti’ finanche da ‘vivi’ e vagheggiano l’attesa di qualcosa che debba accadere, come se ne esistesse la tacita promessa universale.

Quello di Mari è un omaggio alla letteratura d’avventura e fantastica, debitore (ipse dixit) di autori quali Stevenson, Melville, London, Salgari e Verne. Un tentativo di riappropriazione del tipico incanto giovanile, onde riattivare emozioni adolescenziali ormai sopite nel lettore adulto. Tuttavia La stiva e l’abisso trascende il canonico e lo (stra)volge in modo quasi teatrale attraverso un fitto dialogato. Un antiromanzo, statico, claustrofobico, in cui il ponte e la cabina del capitano diventano un palcoscenico.

Esso recupera, però, l’aspetto romanzesco e fiabesco attraverso il non detto, dal momento che de facto non accade nulla, per mezzo di un ‘araldo’ (in questo caso il capitano stesso ed il suo equipaggio) che, così come avveniva per il teatro classico, annunciava il dramma, nonostante gli eventi restassero al di fuori della scena.

Un gioco consapevole, che s’inerpica sui topoi del genere, esercitando il rigido dominio formale dell”italiano letterario’ di cui l’autore si avvale, ma concedendosi altresì invenzioni verbali, pastiches manieristici, simbolismi ed allegorie – come quella sul “pesce ottativo”, contenuta nel trattato ittiologico dell’ufficiale al sestante Emanuele Torriani, secondo cui si tratterebbe d’un “pesce privo di attualità, ma così desideroso di essa da consistere tutto in tal desiderio: l’aspirazione a farsi pesce”.

Gli eventi precipitano quando viene casualmente scovato nella stiva un irsuto clandestino dal nome melvilliano, Ismahíl, trentennale passeggero abusivo, che si esprime in lingua franca (un misto tra francese, arabo, latino, veneziano, greco, napoletano, giudeo e genovese). E nel momento in cui Torriani deciderà d’inabissarsi, per mezzo d’una Batispecola (rudimentale batisfera) di sua invenzione, alla volta dei fondali.

In un quasi costante e metaforico saliscendi, tutti cercano, ma quasi nessuno trova e, forse, chi ci riesce non sa d’avercela fatta, cosicché anche per ‘lui’, come per chiunque altro, ciò che resta è quell’attesa: sopravvivere abituandosi all’idea dell’oblio.

Michele Mari
La stiva e l’abisso
Einaudi (ET Scrittori), 2018
pp. 267, € 12,00