Dopo la definitiva consacrazione sulla Croisette lo scorso anno, spetta a Kore-eda Hirokazu il privilegio di aprire la 76esima edizione della kermesse veneziana con La Vérité, un unicum dalle inedite coordinate geografiche e stilistiche che tradisce le aspettative, anche se non per il meglio.

Affermata attrice di cinema, Fabienne – un’inossidabile Catherine Deneuve – sta per pubblicare le sue memorie – in un volume intitolato appunto La Vérité – e ha appena accettato un ruolo in un film di fantascienza in cui dovrà condividere il set con una giovane rivale. Per festeggiare l’uscita del libro, la raggiunge dagli Stati Uniti nella sua casa di Parigi la figlia LumirJuliette Binoche –, sceneggiatrice di successo, con famiglia al seguito. Ma dopo aver letto la sua autobiografia le tensioni esploderanno, portando a galla rancori mai sopiti.

la vérité

Si può dire che la Palma d’Oro fosse diventata quasi una maledizione per Kore-eda, che sin dai primi timidi passi nel cinema di finzione – la sua opera terza Distance (2001) – aveva calcato a più riprese la Croisette senza mai ottenere un vero riconoscimento. A rendergli giustizia ci ha pensato Manbiki kazoku, un’opera senz’altro di pregio che ha però lasciato l’amaro in bocca a quegli estimatori più longevi cui non sono sfuggiti gli insistiti rimandi alla sua filmografia – uno su tutti l’exeplum di Nessuno lo sa (2004) –, come se avesse preferito presentare in termini meno ostici la propria autorialità piuttosto che aggiungervi un nuovo tassello. In questo senso, La Vérité è quel tipo di film che costituisce una sorta di passaggio obbligato per gran parte dei cineasti che, giunti ai massimi onori dopo alterne fortune, si prendono un momento per guardare indietro e a se stessi, ragionando sullo statuto dell’autore e sulle prospettive che questo apre.

la Vérité

A testimoniarlo è il fatto che per la prima volta Kore-eda si sia imposto la sfida di girare al di fuori dell’arcipelago, radunando un olimpo di celebrità del panorama occidentale e, come se non bastasse, dovendo maneggiare con cautela una lingua – ovvero il francese – in cui svaniscono i colloquialismi e le sfumature caustiche del giapponese – condito con qualche pizzico di Kansai ben – di cui pullulava la sua scrittura. Fermo restando questo cambio d’abito, abbiamo ancora a che fare con un “affare di famiglia” in cui la figlia trascurata, come una maschera morettiana, coglie un pretesto di fatto insignificante per tornare alla casa materna e assecondare la sua voglia di litigare. Il contesto socioculturale questa volta però è altra cosa, con al posto della middle class nipponica fossilizzata personaggi provenienti da una realtà che Kore-eda conosce altrettanto bene e provvisti di una lingua altrettanto biforcuta. La macchina da presa, che in altre rimpatriate di questo tenore – la commemorazione funebre attorno cui ruota Aruitemo aruitemo (2008), passando per Little Sister (2015) fino al più recente Ritratto di famiglia con tempesta (2016) – sarebbe rimasta “a livello di tatami” strizzando l’occhio ai nostalgici di Ozu, qui si eleva per confarsi agli arredamenti europei e all’élite che su questi si asside, descrivendo i passaggi di quello che in fin dei conti è semplicemente un elegante dramma da camera.

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Ed è impossibile non ricorrere qui al riduttivo, visto che fiore all’occhiello de La Vérité è una riflessione sul metacinema che, per quanto raffinata e rigorosa, non riesce a dire qualcosa in più rispetto alla pletora di pellicole che si confrontano col medesimo tema – guarda caso anche quest’edizione c’è in Concorso Assayas, nume tutelare in materia. Con una vis comica mimetica della commedia d’oltralpe in punta di fioretto, Kore-eda mette in scena il dissidio tra vita privata e vita davanti – o nel suo caso dietro – all’obiettivo, sanabile al prezzo del sacrificio dell’identità. In una famiglia in cui tutti sono esperti conoscitori del processo narrativo-affabulatorio del cinema e del patto che esso stringe con lo spettatore, nessuno pare in grado di scendere a patti con le proprie memorie, che a loro volta non sono che un artefatto – come confermato dalle reciproche défaillance della coppia protagonista – delle passate esperienze. E in questo discorrere intellettualistico di autopoiesi e responsabilità, è buffo come il marito attore interpretato da Ethan Hawke – con alle spalle piccoli ruoli in qualche web series di second’ordine – sia completamente afono, a causa della sua ignoranza della lingua (francese) che lo esclude anche dalla diatriba sul linguaggio (cinematografico): una gustosa frecciatina alle produzioni muscolari degli studios, e che certo trae origine dalla paura – fondata – che forme di intrattenimento più fruibili finiscano per rubare definitivamente il pubblico alla genìa degli autori.

«Chi fa questo mestiere, vince nella finzione e perde nella realtà», chiosa verso il finale Fabiene/Deneuve, lasciandoci con la consapevolezza che nonostante il topos koreediano della riconciliazione – sancita da una sequenza corale di danza nel segno dei buoni sentimenti – il passato può essere manipolato ma non emendato. Ciò detto, la nuda verità – per restare in tema – è che La Vérité sembra più un film di transizione che un ulteriore capitolo della poetica del regista, continuando purtroppo la parabola discendente inaugurata dal lungometraggio incensato a Cannes71. È pur vero che si tratta di un lusso che Kore-eda può permettersi, soprattutto se ciò inaugurasse una fase del suo cinema dal respiro più internazionale.