Dopo il debutto alla 69. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica con Fill the Void, per questa edizione la regista israelo-americana Rama Burshtein è ritornata in maniera più ironica e leggera sul tema del matrimonio con Laavor et Hakir (Through the Wall), presentato nella sezione Orizzonti.
Michal –Noa Koler– ha trent’anni e dopo un lungo fidanzamento è in procinto di convolare a nozze con Gidi, il quale, a venti giorni dal grande passo, le confessa di non essere più innamorato e la abbandona. Michal però non si dà per vinta e si convince che Dio le procurerà a ogni costo uno sposo, ragion per cui decide di non annullare la cerimonia.
In seguito a una serie di appuntamenti infruttuosi, la sua fede inizia a vacillare e per rinsaldarla si reca in pellegrinaggio alla tomba del rabbino Nachman in Ucraina, dove fa la conoscenza del famoso cantante Yoffs: tra i due c’è subito sintonia ma il dovere li costringe a separarsi, sicché Michal inizia a frequentare un altro. Nel frattempo il giorno fatidico si avvicina e ancora nessuno si è fatto avanti, ma proprio quando tutto sembra perduto la perseveranza di Michal viene ricompensata con un’inaspettata proposta.
A ogni modo, a parte il curioso spunto iniziale per cui Michal rifiuta di rimandare la funzione trasformando il matrimonio in una sorta di prova a tempo, il film risulta incredibilmente sconclusionato e tradisce l’immaturità della Burshtein soprattutto nel ruolo di sceneggiatrice: i dialoghi sono ridondanti e finiscono inevitabilmente per mettere in luce il carattere eversivo di Michal, la quale non si accontenta di un semplice “Sì” e mette costantemente alla prova gli uomini che incontra.
Nel voler ribadire tale carattere, però, risultano evidenti gravi errori nella costruzione del personaggio: infatti, per quanto l’incoerenza sia un tratto ineliminabile della natura umana, Michal si contraddice a tal segno da rasentare l’insania. Alla disperata ricerca di un compagno, si rimette continuamente a Dio quando lei stessa si riconosce falsa ed egoista, e qualora lo trovi lo allontana tacciandolo di impulsività.
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D’altro canto, Rama Burshtein non si concede nemmeno il lusso del cliché: la pellicola frustra continuamente le aspettative dello spettatore, tanto che nessuno degli incontri pare influire davvero sulla vicenda, soprattutto se consideriamo il finale, il quale, più che a sorpresa, andrebbe definito raffazzonato. Benché confutando con una certa sagacia i più frequenti luoghi comuni delle storie d’amore – il sordomuto rappresentante l’amore al di là delle apparenze, il cantante bello e gentile come il principe azzurro, l’ingegnere prototipo del buon partito borghese –, la pellicola viene meno persino alla fondamentale funzione di intrattenere, arrischiandosi a proseguire oltre la canonica ora e mezza.
A tal scopo dovrebbero servire i particolari ironici –si pensi allo strano lavoro di Michal e al suo zoo ambulante– e il microcosmo di parenti e amici che gravita attorno alla protagonista, le cui stramberie si risolvono in un nulla di fatto.
A questo punto, pur sempre nella speranza di una rapida crescita autoriale di Rama Burshtein, non ci resta altro da dire se non che Laavor et Hakir è un’opera che lascia il tempo che trova.






