Tra le notizie in prima pagina su La Stampa di oggi, 15 febbraio 2019, vi è l’intervista di Francesco Semprini a Samir Bougana, terrorista bresciano di origine marocchina fatto prigioniero dai curdi in Siria. “Sono pentito. Rimango musulmano, ma non voglio avere più a che fare con la guerra”, dichiara il foreign fighter.

Pochi giorni prima, alla Berlinale 2019, era stato presentato in prima mondiale questo film di Téchiné. La coincidenza è del tutto casuale, ma fa riflettere: la storia del film è non solo verosimile, bensì anche di drammatica attualità. Tratta infatti di Alex (Kacey Mottet Klein) ventenne francese innamorato di Lila (Oulaya Amamra) coetanea di origine marocchina e che con lei si radicalizza votandosi all’ISIS. Durante la sua ultima visita alla fattoria della nonna Muriel (la sempre intensa e espressiva Catherine Deneuve), porta a compimento il suo piano di fuga. La nonna  se ne rende conto e cerca in ogni modo di dissuaderlo. Basterà il coraggio della anziana ma energica signora (che ricorda l’eroismo della modestia di Irina Palm) ad aprire gli occhi dell’amato nipote? E ancora: quanti come lui  saranno indotti su questo cammino tragico, convinti di non avere più interesse nei valori dell’Occidente e della libertà?

Un film rigoroso, attento, scrupoloso in ogni dettaglio, dove le parole, come sottolinea il regista, sono scelte con precisione sulla base di documenti consultati presso varie fonti, compresa la polizia. Un film didattico ed educativo, utile insomma, uno di quelli che sarebbero piaciuti a Ermanno Olmi.

Alex non crede più in nulla, dopo che anche la mamma è morta in una circostanza che lui non crede sia stato un incidente subacqueo, ma è convinto sia opera del padre. Nemmeno la armoniosa serenità del ranch della nonna, che alleva cavalli nel sud della Francia, riconcilia il suo animo tormentato e la sua mente accecata dal rancori profondi. Così non si accorge il giovane di quanto fasulla sia la pomposa retorica dell’indottrinamento dell’ISIS; non si rende conto di quanto siano almeno altrettanto vuoti, ma infinitamente più pericolosi, i principi di quella sedicente religione, in realtà una setta corrotta che nasconde abilmente, dietro una facciata di misticismo isterico, una brutale e perversa brama di denaro, potere e sangue.

Non se ne rendo conto Alex come tutti quelli come lui, che credono di trovare valori puri e alti: saranno schiavi e carne da macello, come cerca di spiegargli Youssef, un giovane pentito che la nonna gli manda per dissuaderlo dai suoi propositi.

Il problema è scottante e reale: arrestare questi giovani prima che partano rischia di significare ulteriore radicalizzazione. Lasciarli andare significa lasciare libera la strada al terrorismo.
Unica ragionevole soluzione possibile è mostrare esempi come quello di questo film, che smonta con empatia eppure con oggettività un fragile castello di orribili menzogne.