Un film che non ci si aspetta e che è un durissimo pugno nello stomaco.
Si svolge in Tunisia, ma temo che non sarebbe troppo diverso se un fatto del genere accadesse in una qualche provincia di qualunque altro Paese, anche Occidentale.
Una giovane coppia tunisina, piccolo borghese, apparentemente progredita, la moglie non porta il velo e lavora come allenatrice di calcio: dopo anni di attesa sta per arrivare il figlio desiderato. L’ecografia dice che sarà un maschio. L’euforia dell’imminente evento fa regredire improvvisamente il futuro padre a uno stadio simil-troglodita, con espressioni del tipo “da un uomo non può nascere che un figlio maschio”.
Ma quando il bambino nasce la verità è un’altra e non la si poteva scoprire in ecografia: la creatura è intersessuale. In pratica un ermafrodito.
La notizia sconvolge, ovviamente, anche perché i genitori, secondo la legge di quel Paese, hanno 3 giorni per decidere di che sesso dovrà essere il neonato.

La madre e gli anziani nonni accolgono e amano la creatura comunque essa sia e non intendono per il momento fare nessuna scelta, attendendo la pubertà per capire meglio la tendenza che si svilupperà. Il padre invece scatena il suo conformismo più ancestrale da patriarca forse represso e l’unica sua preoccupazione è “Che cosa dire alla gente, che cosa dirà la gente”.
Il film si sviluppa sui rapporti sempre più tesi dei tre contro uno, con riflessioni che vanno dalle cose pratiche alla religione. Si scopre però che questa sul tema non dà nessuna indicazione. Evidentemente la religione ignora le persone intersessuali e dunque – come sempre accade quando i dogmi oscurano la ragione, costoro semplicemente non devono esistere.
Va detto, per inciso, che la nascita di un bambino intersessuale è un evento raro ma non rarissimo, anche se i dati sono alquanto discordi: secondo l’Onu sarebbero nel mondo 17 su 1.000 nati. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, in Italia se ne registrano solo 1 su 20.000 nati. Ancor meno in Germania: 1 su 60 mila.
Comunque si può ragionevolmente dedurre che il fenomeno esista. Tuttavia solo pochissimi Stati al mondo hanno regole chiare e per dare a questi bambini una chance.
In Tunisia il padre può decidere a quale sesso far iscrivere il figlio addirittura senza il consenso della madre.
Una regia attenta, asciutta, schierata in modo sobrio e sensibile e mai manichea, per un tema che, non c’è dubbio, è molto delicato ovunque e lo è ancor di più nei Paesi islamici, dove le diversità non sono accettate, men che meno quelle sessuali: “Avere un bambino intersessuale in Tunisia – spiega senza mezzi termini il regista – rappresenta una vergogna per la maggior parte dei genitori”.
Stupenda l’interpretazione di Fatma Sfarr (la madre) e di Bilel Slatina (il padre) e così pure dei nonni.

Abdelhamid Bouchnack (Tunisi, 1984) ha diretto il suo primo lungometraggio, Dachra, un film horror, nel 2018. Il dramma “L’aiguille”, del 2024, è il suo secondo lungometraggio e ha concorso nel 42° Torino Film Festival 2024 dove ha ottenuto i seguenti premi:
– Premio del Torino Film Festival per la miglior sceneggiatura;
– premio Achille Valdata per il miglior lungometraggio con la motivazione: “Per la sua grande universalità. È un film bellissimo, coraggioso e commovente su un tema che si vede poco nel cinema di finzione: l’intersessualità”;
– premo della Scuola Holden per la miglior sceneggiatura con la motivazione: “Grazie a una drammaturgia intensa che procede per azioni, dialoghi mai banali e atti mancati, il film racconta un conflitto di grande potenza che ricade su tutti i personaggi. La regia esalta una sceneggiatura che sa modulare il registro, dall’ironia al dramma, e tenere incollati fino all’ultima scena. Un inno alla libertà di autodeterminarsi contro ogni ostacolo”.
– PREMIO INTERFEDI “Premio per il rispetto delle minoranze e per la laicità” con la motivazione: “Con grande efficacia sottolinea il fondamentale diritto della persona alla propria autodeterminazione, denuncia le discriminazioni da parte della società fondate su stereotipi e pregiudizi e richiama alla responsabilità individuale di fede, senza cercare risposte preconfezionate dalla religione di appartenenza”.