“L’ALBERO” DI SARA PETRAGLIA

L’albero, di Sara Petraglia, racconta innanzitutto di una fame, una mancanza, una distanza da quell’albero che si vede dalla finestra di un appartamento di Roma, ma di cui non si riesce a indovinare la precisa collocazione per poterne abbracciare il tronco, riposarsi alle sue radici. Potendo dire solo che “è bello” nella sua figura, forse perché è l’unica cosa che resta ferma ed è lì ogni volta che Bianca si affaccia, ma il vero “perché” resta un mistero. Un vuoto condiviso, però, con Angelica: a distanza ravvicinata – fianco a fianco nella vita di coinquiline fino a confondersi l’una con l’altra – anche il vuoto, in realtà ricerca di un desiderio per vivere, è continuamente riempito, e si dimentica di sé stesso.

La storia d’amore e tossicodipendenza da cocaina delle due ventenni Bianca e Angelica parla in realtà di quel particolare momento della vita in cui tutto è ancora possibile, e possiamo essere chiunque vogliamo, se solo lo vogliamo. Parla della vertigine di essere nel picco vitale e della sensazione che un attimo dopo sia già troppo tardi, e quindi tanto vale spingere, scavare più a fondo, bruciare nella maniera più luminosa possibile quel tempo di cui non sappiamo esattamente cosa fare e che non tornerà più. E così la domanda delle domande, da “cosa facciamo stasera?” cambia presto forma, senza che nessuno se ne accorga, in “perché siamo tutti così tristi?”.

Di quella sua tristezza Bianca, aspirante scrittrice, si nutre, e le relazioni che vive diventano i suoi personaggi. Non le interessa la realtà, vuole una sola cosa per cui vivere, un’unica sostanza a cui votarsi e per cui buttare le giornate, e l’ha trovata in Angelica. Che in una scena al cuore del film, in cui sfumano i contorni della realtà e ogni cosa è in bilico sul precipizio, assume le sembianze dell’angelo caduto. Altezza e bassezza, salvezza e dannazione, il tramonto della luna cantato da Leopardi che sembra osservarle come avesse vissuto anche lui le stesse cose.

Ed ecco che – raggiunto il culmine – il film si sgonfia come dopo una sbornia, riprendendo contatto con la realtà, con la vita e con la morte, ricordandoci di cosa veramente parli: dell’approdo all’età adulta, travagliato come lo è per tutti, e per ognuno in modo differente e unico. Di come diventare adulti richieda il lasciare andare ogni pretesa assolutezza che un tempo ci inebriava, non per una forma tragica di rinuncia ma per imparare la libertà. Che è come imparare ad andare in bicicletta, come trovare finalmente dove stava l’albero.

Così la giuria dell’Edera Film Festival 2025 ha motivato il premio per il miglior lungometraggio del concorso: «È molto raro trovare un esordio alla regia così compiuto come “L’albero” di Sara Petraglia. L’equilibrio di questo film parte dalla sua scrittura, che porta la firma della stessa regista, e che scorre lungo la storia senza eccessi, naturalmente, con il ritmo della generazione che intende raccontare. La trasformazione della pagina in immagini ha rispettato tutto ciò, mostrandoci i meccanismi del malessere giovanile e della dipendenza senza volerci spaventare, con la sola ambizione del racconto, come i bravi cineasti sanno fare. Sara Petraglia ha dimostrato questa lucidità anche nella scelta e nella direzione del cast, che ha visto Tecla Insolia e Carlotta Gamba perfette protagoniste dall’aspetto normale, di una storia normale, ma interpretata in maniera magistrale».

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