Siamo a Xibër-Hane, in Albania, dopo il crollo del regime comunista a seguito della caduta del Muro di Berlino. La situazione del paese è economicamente e socialmente molto grave, tanto che tra il 1990 e il 1991 decine di migliaia di albanesi cercano di fuggire, soprattutto in Italia e Grecia.
Un padre e i suoi due giovani figli vivono in povertà, lavorando la terra. Il più vecchio dei due, Landi, tredici anni, è una risorsa fondamentale per la famiglia. Ha imparato a supportare il padre nelle mansioni quotidiane. Endri, invece, cinque anni in meno, non ha la stoffa per lavorare e rendersi utile ed è goffo e inefficace quando si mette all’opera. Il padre non prende con leggerezza il lavoro, sembra che per lui spaccarsi la schiena sia tutto ciò che conta. E’ convinto che se Endri non dovesse cambiare per loro sarebbero guai, perché la vecchiaia gli porterebbe via la forza di prendersi cura di tutti loro.
Vedute ampie su boschi, colline e scogliere, accompagnate da melodie balcaniche che fanno uso di strumenti tradizionali, avvolgono primi piani sui visi dei ragazzini già segnati dalla durezza della vita. In questo corto molto intenso, presentato alla serata di chiusura del festival FiatiCorti di Istrana, si documentano con rara sensibilità e raffinatezza le radici della famiglia del regista, Deni Neli, italiano di origini albanesi. La pellicola è il suo progetto di tesi e si ispira ai racconti del padre e del nonno. Il titolo del film si traduce in: “se ne vanno le rondini”, una metafora che lascia intendere, oltre che un viaggio, anche un ritorno alla dimora d’origine, in questo caso attraverso l’arte del raccontare una storia.
Il corto di Deni Neli, di fattura davvero pregiata, ha un valore estetico che rispecchia il paradigma “meno è meglio”. Presenta infatti pochissimo dialogo, ma nonostante ciò sceneggiatura e riprese sono opportunamente studiate per far comprendere tutto ciò che occorre. Intuiamo che il padre inizia a sospettare della prossima partenza del figlio maggiore quando trova uno zaino in mezzo al fieno, e successivamente, mentre taglia la legna, quando lo vediamo fermarsi per un attimo a osservare il giovane, giusto qualche secondo in cui questo ricambia lo sguardo, mentre noi spettatori possiamo solo immaginare cosa stia pensando.
Fiamme. La cascina brucia dopo che il povero Endri compie l’ennesima goffaggine, quando avrebbe dovuto soltanto accendere la stufa e mettere a scaldare dei fagioli. Per Landi l’incendio porta a saturazione quell’angoscia derivante da un conflitto interiore: da una parte la consapevolezza che lì non c’è più futuro, e che se ne deve andare se non vuole fare la fine del padre, dall’altra il dolore che comporta lasciare il fratello minore al suo destino.
La decisione viene presa e Landi si muove all’alba per non essere visto, ma prima di partire lo vediamo inquadrato in una grotta, in procinto di esporsi alla luce del sole per guardare il mondo da quel buco scavato nella parete rocciosa, con una vista mozzafiato. Siamo dinnanzi al famoso mito della caverna di Platone? Di lì a poco il finale sospeso, un perfetto esempio di assenza che riempie. Mentre Landi è ancora nei paraggi viene intercettato dal padre, che, sullo sfondo, si avvicina sfocato verso la camera gridando: “figliolo!”. Poi il film si chiude, lasciando allo spettatore il compito di riempire quel dialogo mai mostrato.





















