Dopo aver realizzato alcuni documentari – di cui due dedicati al mondo del cinema – Kent Jones porta al Lido, in concorso Orizzonti, il suo secondo lungometraggio di finzione, Late Fame, con protagonista Willem Dafoe. Tratto dal romanzo Später Ruhm (Fama tardiva) di Arthur Schnitzler, Late Fame segue le vicende di Ed Saxberger (Dafoe), un poeta newyorchese che, alla fine degli anni Settanta, ha pubblicato una raccolta di poesie e che ora lavora come impiegato in un ufficio postale. Quando un giovane ammiratore si presenta alla sua porta, Saxberger ha l’occasione di ritrovare fama e riconoscimento unendosi alla cerchia letteraria del ragazzo, composta da giovani scrittori e artisti che considerano l’ormai anziano poeta un genio ritrovato. Nel gruppo c’è anche Gloria, un’affascinante attrice di teatro con cui Saxberger sembra entrare in connessione.
Attraverso la figura di Ed Saxberger, Late Fame riflette sulla memoria e sui ricordi, su quel che è stato e che potrà mai tornare uguale, sul passato e sul presente. In quest’ottica spicca la contrapposizione tra la New York contemporanea, teatro delle vicende, e quella di un passato prossimo che tuttavia sembra lontanissimo. Vi è un’aura malinconica che permea tutto il film di Kent Jones, restituito tanto nella figura, a tratti sfuggente, di Saxberger quanto nella veste estetica e nell’andamento in costante equilibrio tra ironia e tenerezza. Willem Dafoe è la scelta perfetta per incarnare il personaggio di Saxberger, un uomo comune ancora legato al suo passato di poeta, disilluso ma non privo di speranza, che vede nell’ammirazione del gruppo di giovani artisti l’occasione per una rinascita.
Jones, che dirige a partire da una sceneggiatura firmata da Samy Burch, ci fa scoprire per gradi la figura del protagonista, rivelando quel tanto che basta della sua delicata situazione familiare, con le telefonate con la sorella che lasciano intuire conflitti mai risolti. La prospettiva è intima, con una regia che ci porta dentro il personaggio anche solo mostrandone i gesti quotidiani, le abitudini, una disposizione d’animo in equilibrio tra disillusione e un fuoco artistico (forse) mai del tutto sopito.
Emergono anche le contraddizioni dell’approccio contemporaneo all’arte, in un mondo dove tutto scorre veloce, in cui l’omologazione la fa da padrona e anche chi ha la pretesa di distinguersi ed emergere – come il gruppo di giovani artisti che col procedere della narrazione finisce col “gettare la maschera” e rivelare la propria natura – finisce per rientrare in quella “massa” che sembra disprezzare.










