“Le braci” di Sándor Márai

Le braci (A gyertyák csonkig égnek, letteralmente Le candele bruciano fino in fondo) venne pubblicato per la prima volta nel 1942, senza successo. Márai, annoverato fra i maggiori esponenti della letteratura mitteleuropea, ha visto la sua opera in seguito bandita per oltre quarant’anni nel paese natìo, l’Ungheria*, a causa del suo esilio volontario scaturito dall’abolizione della democrazia parlamentare magiara (1948). Ciò lo indusse a stabilirsi dapprima in Italia (Posillipo), poi a New York e, dopo un’ulteriore breve parentesi salernitana (1968), di nuovo e definitivamente negli Stati Uniti (1979), a San Diego, dove pose fine alla sua vita con un colpo di pistola (1989) alla vigilia della svolta democratica dei paesi dell’Est.

Protagonisti del romanzo sono il generale della Guardia ungherese Henrik ed il suo fraterno amico Konrad, i quali, dopo aver condiviso il collegio militare nei dintorni di Vienna fin dalla tenera età di dieci anni (oltre che l’intera giovinezza), si ritrovano a rivedersi ormai anziani, dopo ben quarantun anni di distacco. L’ufficiale, ormai ritiratosi presso il castello di famiglia ai piedi dei Carpazi ed accudito dalla fidata bàlia Nini, e il suo famulo, di ritorno da un lungo viaggio ai Tropici, sottacciono un segreto comune sul quale aleggia il fantasma d’una donna, Krisztina, moglie defunta del primo.

Il romanzo, beffa del destino, ricalca in parte la medesima sorte dell’autore: decenni in attesa d’una qualche rivincita, che si rivela illusoria nell’esatto momento in cui sembra finalmente potersi compiere. E pare che lo scrittore stesso, in senilità, dichiarò di non amarlo, poiché lo riteneva «eccessivamente romantico».

Le braci è un inno alla legge dell’Amicizia, alla bromance infranta, alle (caste) attrazioni fatali, allo stato di grazia affettivo simile a quello di certe funzioni votive medioevali, al fatto che i rapporti prescindano da qualunque forza esteriore in grado di mutarli e né la ragione né l’esperienza riescano ad averla vinta sulle componenti fondamentali dell’indole umana. Il classico cliché dei due amici dalle condizioni economiche molto diverse, in cui la passione dell’uno non è che il frutto del disprezzo nei confronti dell’altro e della sua ricchezza. Di quel dono elettivo che spetta ai pochi esemplari benestanti e che viene vissuto dal meno abbiente come un imperdonabile peccato originale. Ed è proprio nella plutofobia che risiede l’indicibile colpa di Konrad ed il suo conseguente abbandono amicale, la sua improvvisa partenza…

Márai spazia nell’universo delle ‘parentele spirituali’ con l’abilità con cui un cacciatore centra la preda nel mirino. Si rammarica quasi del fatto di amare i diversi da noi, di continuare a cercarli in ogni circostanza, poiché la natura ha forse bisogno di rinnovare la vita attraverso la tensione sviluppata tra individui e l’alternanza disperata del loro eterno ricorrersi. Pone l’accento su come, alle domande più importanti, si finisca sempre per rispondere con l’intera esistenza. Si rassegna dinanzi all’evidenza che le cose non seguano che un loro corso del tutto indipendente dalla propria volontà e di come i fatti importanti continuino a persistere nel ricordo, a differenza di quelli marginali, rimossi come sogni.

È nell’attesa del fratello infedele, dell’amico fuggitivo, che Henrik espìa la sua vendetta e gli rimette la sua colpa, come se la vita fosse una specie di cerimonia disperata, una Marcia funebre chopiniana, e la memoria filtrasse ogni evento in maniera silenziosa, obliandolo nei recessi più occulti d’un diario foderato di velluto giallo con un nastro azzurro; come ragni annidati nelle cantine silenziose e umide dei vecchi edifici.

* Nato a Kassa, città ora slovacca (Košice), ma un tempo appartenuta al Regno d’Ungheria.

Sándor Márai
Le braci
Gli Adelphi, 2008
pp. 181, € 11,00