Esordio alla regia del produttore francese Stéphane Sorlat, L’Ènigme Velázquez è un documentario che scava profondamente nell’opera senza tempo del pittore spagnolo Diego Velázquez (1599–1660), vissuto durante il regno di Filippo IV.

Fin da subito, grazie ad un montaggio frammentario e non cronologicamente ordinato – caratteristica piuttosto inusuale nel genere, soprattutto quando ci si confronta con grandi maestri della pittura – si mette in evidenza il dialogo vivo tra epoche e pittori differenti. Dalle citazioni dirette all’influenza più pregnante: Francis Bacon, Salvador Dalì, Pablo Picasso, Francisco Goya, Joaquín Sorolla, Gustave Courbet, Édouard Manet e molti altri sono gli eredi del “pittore dei pittori”. Egli, a sua volta, è influenzato da Rubens, Tiziano, Caravaggio. Quella che emerge, dunque, è una visione dell’arte sinottica, vincolata indissolubilmente da migliaia di fili: c’è un gusto ossessivo nel far vedere e rimandare ad altro, in una prospettiva fortemente segnata dal rapporto cinema-spettatore-regista.

Il quadro che più spesso viene mostrato, zoomato all’inverosimile, è l’iconico Las Meninas, di cui tanto viene detto ma altrettanto rimane – volutamente – avvolto nel mistero: un dipinto che racchiude non solo un’epoca storica e un contesto precisi, ma l’idea di arte di Velázquez. 

Le opere mostrate sono innumerevoli, spesso accompagnate da analisi esposte da critici ed esperti d’arte, restauratori, ma anche personalità del cinema e del teatro, o da estratti letterari a proposito del pittore sevillano: ancora una volta, dunque, il regista sottolinea la sua visione dell’arte come coesistenza di anime diverse.

Ad avvalorare questa tesi le scelte musicali, che variano da composizioni seicentesche a capolavori della storia della musica europea, ma non mancano brani popolari: la mescolanza è, inoltre, amplificata dalla coesistenza di versioni filologiche e non. 

Il documentario, in quest’ottica, sembra dare un messaggio: per cercare di comprendere – consapevolmente senza mai arrivare ad una completezza, col gusto di lasciare sempre un enigma, in fondo null’altro che un desiderio – l’arte bisogna attraversare le epoche, entrare nell’animo di ogni secolo, di ogni corrente, di ogni pensiero. Unica nota stonata la presenza di Julian Schnabel, che dovrebbe incarnare il dialogo tra diverse forme di arti visive ma finisce per autocelebrarsi.

Il documentario, complessivamente, è un invito ad approfondire per la gioia di sapere di non sapere.

Ritratto di Papa Innocenzo X, 1650 – Galleria Doria Pamphilj, Roma