La 78a edizione della Mostra del Cinema di Venezia vede un Concorso ufficiale decisamente più interessante rispetto all’ultimo paio di edizioni. Non solo il livello medio si alza, ma in generale i nomi “secondari” – quelli di autori e autrici ancori privi di esperienza decennale – sembrano avere più potenziale, almeno sulla carta. È il caso anche di Audrey Diwan, regista francese alla seconda opera compiuta dopo Mais vous êtes fous e una serie di prove da sceneggiatrice assieme a Cédric Jimenez.

Non giriamoci intorno: L’événement è il classico film che arriva a Venezia e fa discutere. Come quasi tutti i film che fanno discutere, non possiede pressoché nessun fattore che sia degno di chissà quale discussione. Ma questo soltanto perché ormai a un certo giornalismo sembra interessare più il contorno della portata principale, esibendo un approccio del tutto acritico con lo sguardo rivolto allo spettacolo. Al netto del frastuono di sottofondo, L’événement è infatti un film che procede compatto e ben strutturato, piuttosto semplice nella sua architettura narrativa, con andamento e ritmo scolastici e netta divisione delle diverse parti dell’intreccio, mettendo in scena con crudezza la corsa contro il tempo di una ragazza nemmeno ventenne per riuscire ad abortire (ed evitare così il destino di ragazza madre e/o casalinga a vita) nella Francia del ’63, quella del periodo gollista post-bellico in cui l’unica conseguenza diretta dell’interruzione di gravidanza era addirittura la prigione.

Tratto dal romanzo omonimo della grande scrittrice Annie Ernaux, L’événement sembrava poter essere la risposta europea a Mai raramente a volte sempre, film del 2020 che illustrava le difficoltà sistemiche da affrontare per portare a termine un aborto nell’America contemporanea e, attraverso esse, l’arretratezza culturale di una parte importante della stessa in contrasto con l’autorappresentazione di alfiere del progresso sociale e civile. Però The happening (questo il titolo internazionale) è tutt’altro, un’opera di respiro prettamente individualistico, inchiodata dalla scelta del ratio 4:3 alla necessità di seguire in maniera estenuante la protagonista Anne (Anamaria Vartolomei) in un percorso di incertezze, maturazione, ostracismo sociale, ipocrisia diffusa, scoperta della propria identità. Tempo del personaggio e tempo della mdp si fondono perfettamente, staccandosi una manciata di volte soltanto per portare avanti il conto delle settimane della gravidanza, in modo che lo spettatore sia portato a vivere lo stesso attrito ansiogeno che attraversa la quotidianità di Anne, divisa per lo più tra siparietti familiari e amicali. Proprio gli amici sono i primi a tradire la protagonista, fatto emblematico che rende appieno la forza della presa della biopolitica del tempo tanto sui corpi quanto sulle menti dei giovani.

Assieme alla totale sovrapposizione con la sfera emotiva di Anne, la cifra stilistica che contraddistingue l’opera seconda di Diwan è la durezza della mise, esplicita e rigorosa al punto che sembra ricercare l’asetticità tipica del reportage scientifico; perni fondamentali di questa scelta sono i primi tentativi di procurarsi un aborto spontaneo con un pezzo di ferro, la sequenza finale a casa delle mammana, l’espulsione del feto. Immagini senz’altro inclementi, che impongono la riflessione sull’aspetto meramente fisico della questione (il dolore, il rischio di contrarre infezioni, le conseguenze a lungo termine sulla salute, l’indisponibilità del proprio corpo), ma certo non scandalose, nonché di scarso impatto, in fin dei conti. Il motivo è semplice: manca tutta la parte emotiva della questione. Anne e le sue amiche non hanno caratteri ben definiti, sono a malapena macchiette, e lo stesso discorso vale per i genitori o i medici; non viene esplorata minimamente la tensione interna di una ragazza alle prese con la scoperta/conoscenza di una parte della propria corporeità che le era stata preclusa dal potere; non viene concesso spazio al ruolo che “l’evento” eponimo svolge nel contesto sociale del tempo. Considerando il piattume diffuso, queste sono mancanze che cozzano tanto con la scelta di impostare il film su un piano psicologistico, quanto con la caratteristica precipua della scrittura di Ernaux, capace di spogliare i personaggi della loro dimensione interiore per scogliere le loro identità nel marasma di rituali e costrutti collettivi. Se togli l’elemento principale da soggetto, è lecito aspettarsi che qualcos’altro lo rimpiazzi.

L’événement è in soldoni un film innocuo. In fondo, non abbatte nessuna barriera filmica (non siamo in America dove un certo tipo di opera impatta significativamente sulla coscienza popolare), non riafferma con forza la centralità dell’argomento (Polonia e Messico ce la fanno benissimo da soli), non spicca per nessun elemento se non per la volontà di sovraccaricare l’impressionabilità dello spettatore (abituato probabilmente a vedere ben di peggio), né in generale fa molto altro nonostante le più che solide fondamenta. Siamo di fronte a un film-compitino, che alletta la retorica di chi – come pure il sottoscritto, del resto – scrive, molto allettante per tanti tipi di dibattito che con il cinema c’entrano poco (come si accennava), ma del quale rimane ben poco dopo la visione, se non la vaga percezione di aver assistito a un tipo di cinema un po’ facilone, molto fumoso e, con una buona dose di probabilità, ancora gravato da una marcata componente di immaturità.