Quando una famiglia va in pezzi spesso emergono i lati più oscuri del carattere di ogni componente. È ciò che racconta Antonio Capuano nel suo ultimo film, presentato alla ottantaduesima Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Fuori Concorso.
La vicenda è ambientata a Napoli, dove Marta e Guido stanno divorziando e frequentano uno studio legale per capire come gestire il tempo da passare col figlio Andrea, di otto anni.
Il film si divide in sezioni, dettate dai punti di riferimento di quest’analisi giuruidica e al contempo psicologica: fin da subito emerge la disfunzionalità della famiglia, in cui madre e padre hanno modi opposti di intendere l’educazione.
Marta appare fin da subito più rigida, mentre Guido ritiene opportuno dare al figlio qualche libertà in più. Andrea viene mostrato come un bambino confuso, un po’ capriccioso, con palesi difficoltà a legare con i coetanei: quando si trova dinnanzi ad adulti diversi dai suoi genitori, il bambino tende ad attirare l’attenzione su di sé con atteggiamenti poco consoni al contesto.
A scuotere la trama una scena cupa, drammatica, anticipata ad inizio film, che cambia radicalmente toni e genere: un vero e proprio colpo di scena, fin troppo inaspettato, dato che sembrano mancare le radici di un gesto simile.
L’attenzione del regista si focalizza soprattutto sui tre protagonisti principali, sia nei dialoghi sia nella gestualità, per costruire una dimensione psicologica credibile: Vinicio Marchioni è Guido, un uomo che sembra reprimere le sue vere emozioni, mentre Marta, attrice di teatro interpretata da Teresa Saponangelo, sembra costantemente su un palcoscenico.
Entrambi, dunque, indossano una maschera per nascondere pensieri e stati d’animo, cercando di apparire perfetti agli occhi di Andrea. Il bambino, però, sembra isolarsi dalla situazione familiare e da ciò che non rientra nei suoi interessi primari: gli animali e la musica. Il titolo del film, infatti, evidenzia il legame con un brano molto apprezzato dal piccolo, “L’isola che non c’è” di Edoardo Bennato: una canzone il cui testo, agli occhi di Andrea, sembra un’esternazione di desideri e speranze.
Complessivamente il film appare un ritratto realistico di una situazione diffusa, se non fosse per la drammatica conclusione che non convince del tutto sia per motivi di scrittura sia per l’insufficiente enfasi riservata al momento.
Dal punto di vista visivo non vi sono particolari tecnicismi, a favore di una fotografia realistica che privilegia i primi piani. L’unica eccezione è, ancora una volta, costituita dalla sequenza del colpo di scena, dove si utilizza la tecnica della sovrimpressione: una scelta che ben esteriorizza la confusione mentale del personaggio coinvolto. L’alternanza tra interni ed esterni e notte e giorno sembra metafora dei contrasti interni al nucleo familiare e contribuisce alla verosimiglianza della narrazione.










