Dall’uscita del film di Romanzo Criminale in poi, sono quasi 15 anni che il pubblico italiano viene sottoposto senza soluzione di continuità a un nuovo adattamento, cinematografico o televisivo che sia, di una vicenda della criminalità organizzata del nostro paese, sia quella di oggi (GomorraSuburra, sia al cinema che in tv) che quella di ieri (Vallanzasca – Gli Angeli del Male, Romanzo Criminale, 1992). L’ultimo nato di questa famiglia è un po’ un ibrido tra tutti i suoi predecessori, essendo ambientato in un lasso di tempo che va dagli anni ’60 agli anni ’90, e dagli altri esperimenti crime italiani post-2005 si differenzia per essere l’unico ad avere come protagonista un personaggio di fantasia. Si tratta de Lo Spietatoprimo Netflix original italiano di narrativa ad approdare sulla piattaforma, dove è disponibile dall’8 aprile scorso.

Protagonista di quest’ultima fatica di Renato de Maria è Santo Russo (Riccardo Scamarcio), che a inizio film conosciamo come giovane immigrato calabrese nella milano degli anni sessanta, ma che nel giro di due orette scarse diventerà prima rapinatore, poi esponente della ‘ndrina milanese, poi signore dello spaccio di eroina nel nord italia, poi imprenditore edile truffaldino e infine manager tangentaro in pieno stile mani pulite. La parabola di questa specie di megatron della criminalità italiana attraversa trent’anni di storia del nostro paese, anche se senza fare quasi mai nomi e concentrandosi più sugli elementi culturali dei periodi storici presi in esame (la rapina alla Standa, la musica di Raf in discoteca) che sui fatti di cronaca.

Santo Russo diventa quindi una sorta di Forest Gump della malavita milanese (e non solo), le cui rocambolesche vicende personali si mescolano con importanti momenti storici italiani personificando stereotipi che vengono volutamente portati all’estremo in un film che trova nell’esagerazione il suo punto di forza. Più che una ricostruzione della storia della mala milanese nel secondo ‘900 infatti Lo Spietato sembra invece un biopic alla The Wolf of Wall Street, con scene che vanno dal cardiopalma più estremo (tra esplosioni ed inseguimenti in macchina magistralmente diretti) al fantozzismo totale, come nella splendida sequenza del matrimonio con incursione delle forze dell’ordine.

E a proposito di matrimonio, nota dolente del film è forse la gestione un po’ grossolana del capitolo sulla vita sentimentale del protagonista, sposato con Mariangela (un’ottima Sara Serraiocco), personaggio fin troppo piatto e superato in inutilità solo dalla conturbante amante francese Annabelle (una già meno ottima Marie-Ange Casta, che con la sorella maggiore Laetitia condivide sia la bellezza disarmante che, purtroppo, le doti recitative). In conclusione Lo Spietato resta un film più che godibile nonostante le ambizioni forse un po’ troppo alte.