Adattamento live action dell’omonimo anime che due anni fa ha commosso il Giappone intero, Look Back di Kore’eda Hirokazu deve gran parte del suo fascino visivo e impatto emotivo alla direzione tracciata dal regista della versione animata, ma risulta comunque apprezzabile alla luce della maestria con cui è stato realizzato, sfruttando appieno le possibilità espressive della settima arte. In Concorso.
Nella prefettura di Akita, Giappone nordorientale (Tōhoku), Fujino (Nanase Furi/Deguchi Natsuki) è ancora alle elementari ma già sogna di diventare una mangaka con i suoi yonkoma (strisce comiche in quattro vignette), apprezzati da tutti gli studenti del suo istituto. Tuttavia, il debutto sul giornalino scolastico di Kyōmoto (Okada Rokka/Makita Aju), una studentessa non frequentante, infligge un duro colpo alla sua autostima, portandola a dedicarsi con ancor più zelo al disegno. In seguito, grazie a una fortunata coincidenza nel giorno del diploma, le due riescono a conoscersi di persona, dando inizio a un sodalizio che le porterà, nel giro di qualche anno, a pubblicare sulle pagine di Jump, la rivista di fumetti per ragazzi più letta del Paese. Tuttavia, all’ultimo anno di liceo, le loro strade si separano: Fujino avrà successo come fumettista, mentre il destino sarà molto meno clemente con Kyōmoto.
In un Paese in cui, al pari di quanto succede oltreoceano, è ormai prassi consolidata riportare in vita proprietà intellettuali morte e sepolte con reboot o adattamenti multimediali di dubbio gusto, il caso Look Back rappresenta una felice eccezione. Tutto è iniziato nel 2021 con il manga autoconclusivo e semiautobiografico di Fujimoto Tatsuki, autore noto anche in Occidente grazie alle serie shōnen Fire Punch (2016) e Chainsaw Man (2018): in breve tempo, Look Back ha scalato le classifiche delle piattaforme digitali, catturando l’attenzione di Oshiyama Kiyotaka, animatore di lungo corso e fondatore del giovanissimo Studio Durian – impostosi all’attenzione del grande pubblico con The First Slam Dunk (2021), primo lungometraggio animato tratto dal testo sacro dello supokon di Inoue Takehiko. Nel giro di meno di un anno dall’acquisizione dei diritti, la versione animata di Look Back ha visto il buio delle sale giapponesi, affermandosi immediatamente come la sensazione cinematografica dell’anno e portando alla ripubblicazione in formato tankōbon del fumetto originale.

È in questo contesto produttivo che si inserisce Kore’eda Hirokazu, chiamato, insieme al compositore Bandō Yūta, a farsi carico della versione live action mentre entrambi erano ancora al lavoro su Sheep in the Box (2026). Forte della sua formazione televisiva, che gli avrebbe insegnato a cogliere al volo ogni occasione, Kore’eda ha raccolto la sfida lanciatagli dalla K2 Pictures, realizzando anch’egli in meno di un anno il suo Look Back. D’altronde, è noto come Kore’eda sia solito alternare progetti personali ad altri più “mercenari” – ne è una prova La vérité (2019), a suo tempo presentato anch’esso al Lido –, e Look Back rientra perfettamente in quest’ultima categoria.
Di fatto una riproposizione shot by shot di quanto già visto nel mediometraggio di Oshiyama – che durava 60 minuti esatti –, Kore’eda si prende il suo tempo – un’ora e quaranta – per sottolineare un aspetto di cui, né il manga né l’anime, nella loro concisione, si erano preoccupati: il trascorrere degli anni e delle stagioni.
Se, infatti, negli altri due prodotti le protagoniste passavano all’età adulta senza grandi cambiamenti d’aspetto, con il lasso di tempo intercorso tra le elementari e il liceo riassunto da un paio di eventi chiave – il loro incontro, la pubblicazione della prima storia autoconclusiva, e quindi la prospettiva di una serie –, la scelta di Kore’eda di utilizzare due attrici diverse per rappresentare Fujino e Kyōmoto durante l’infanzia e durante l’adolescenza si rivela vincente, facendo notare una maturazione anche a livello di portamento e di proprietà di linguaggio nel momento in cui dalla coppia Nanase-Okada si passa a quella Deguchi-Makita.

Un’altra intuizione originale del regista è stata quella di utilizzare effetti sonori o dettagli nella composizione dell’inquadratura per rimarcare il passaggio del tempo: i sakuramochi in primavera, la zuppa di mochi a capodanno, l’anguria e i canti dei matsuri (feste di paese) in estate, sono tutti dei kigo – i “vocaboli stagionali” indispensabili nella composizione poetica haiku – cinematografici che, unitamente alle pittoresche location di Akita e Yamagata, rappresentano il vero valore aggiunto di questo Look Back.
Alla luce di quanto appena detto, non si comprende invece la necessità dell’inserto animato verso la fine, che, anche inteso in chiave onirica, risulta fuori luogo dato il momento di estrema sofferenza vissuto da Fujino – al punto da sollevare il sospetto che rappresenti piuttosto un ammiccamento al pubblico straniero.
A conti fatti, per quanto fuori luogo nel panorama del Concorso di questa edizione, il Look Back di Kore’eda riesce comunque a farsi notare per la purezza delle emozioni che suscita e dei colori che cattura, integrandosi coerentemente nella costellazione degli adattamenti dell’opera di Fujimoto.








