Il concerto dell’Orchestra di Padova e del Veneto al Teatro La Fenice si è tradotto, è proprio il caso di dirlo, nel programma più originale e interessante dell’intera stagione sinfonica dell’istituzione veneziana. La sua capacità di guardare al grande repertorio attraverso la lente del Novecento e di dialogare con la produzione operistica della Fenice, presentando lavori raramente eseguiti, sono solo alcuni degli elementi che hanno contribuito a rendere unica la serata.

Del Macbeth di Giuseppe Verdi, che ha inaugurato la stagione con la nuova produzione firmata da Damiano Michieletto, l’orchestra ha presentato i Ballabili, scritti dal compositore per il debutto dell’opera in Francia. L’energia profusa dall’Orchestra di Padova e del Veneto ha reso pienamente giustizia alla grande abilità di Verdi di piegare l’orchestra alle più innovative esigenze espressive, la cui modernità emerge dalla lettura particolarmente attenta e approfondita del direttore Marco Angius, che per l’occasione impugna la bacchetta, dopo averci abituati a vederlo dirigere a mani libere. La conturbante esaltazione del ritmo, unita all’espansione dei parametri dinamici dai pianissimi agli scoppi improvvisi, hanno consegnato al pubblico una musica viva, una danza di voci e impasti strumentali che emergono alternativamente in superficie con una luce totalmente nuova e nella più solida coesione delle parti. Un’esecuzione speculare ha incontrato l’orchestrazione di Luciano Berio delle otto Romanze dove, sotto la parvenza di un respiro prettamente verdiano, ribolle una rete di citazioni carpite dalla produzione operistica del Maestro di Busseto e riferimenti stilistici di altri autori, da Wagner a Saint-Saëns, in un gioco di stimolanti rimandi nella storia della musica di grande coinvolgimento.

Se la stupefacente esaltazione dell’ampio arco dinamico che scorre lungo le Quattro versioni sovrapposte della Ritirata notturna di Madrid, ha lasciato intravedere già all’inizio di serata le intenzioni del direttore, l’accenno sferzante al periodo carnevalesco incarnato dall’esecuzione del Rondò arlecchinesco di Ferruccio Busoni, ha esaltato un ventaglio di atteggiamenti musicali culminati nella voce del tenore fuori campo e l’uscita dal palco del tamburo. Espedienti in partitura tesi a favorire la propagazione del suono nello spazio. Un simile effetto si è però manifestato anche con l’esecuzione della versione di Berio delle trascrizioni di Boccherini dalla sola gestione degli elementi presenti in partitura, nella straniante impressione generale che l’orchestra avesse accerchiato la platea, complici le caratteristiche acustiche del teatro.

In evidente difficoltà si è dimostrato invece l’intervento del tenore Enrico Casari, la cui vocalità ha presentato diffuse problematicità nell’emissione e profonde debolezze sul versante espressivo. La sua impossibilità di farsi spazio tra l’orchestra ha in qualche modo arginato il pericolo di compromissione dell’esecuzione. Nonostante tutto, richiamato sul palco a più riprese, il direttore ha salutato il pubblico che ha affollato il teatro con l’ultima delle otto Romanze.

Photo ©Michele Crosera