“L’uomo che guardava passare i treni” di Georges Simenon

"Un treno dalle tendine calate sul mistero dei viaggiatori..."

L’uomo che guardava passare i treni (L’Homme qui regardait passer les trains) fu pubblicato per la prima volta in lingua originale nel 1938 e, in italiano, nel 1952.

Kees Popinga è un irreprensibile trentanovenne, con moglie e due figli – Frida e Carl, rispettivamente di quindici e tredici anni -, procuratore presso una ditta di forniture navali, la Julius de Coster en Zoon, in quel di Groninga (Frisia olandese).

Un mercoledì di dicembre, alle otto di sera, la sua vita viene totalmente sconvolta da una notizia inaspettata: il suo responsabile, Julius de Coster jr., avvistato casualmente mentre è seduto in un caffè dove si smerciano alcolici (vergüning), il Petit Saint Georges, gli comunica l’imminente bancarotta fraudolenta nella quale verte la sua azienda a causa di anni di speculazioni e contrabbando, nonché la propria conseguente volontà di fuga col primo treno di mezzanotte (e cinque).

L’annuncio, tuttavia, lo lascia addirittura indifferente: in fondo, Popinga è sempre stato un attore e, dietro la placida apparenza della classica e dignitosa esistenza piccolo-borghese, cela quella che Nietzsche definirebbe “la seconda metamorfosi dello spirito” (Così parlò Zarathustra, 1881-85), da “cammello” a “leone”.

Perdere tutto gli fornisce l’alibi ideale per iniziare ad essere qualcosa di diverso rispetto alla maschera del “buon padre di famiglia” che, per convenzione sociale, si è da sempre autoimposto. Decide, così, d’intraprendere anch’egli un viaggio alla volta di Parigi, facendo però prima tappa ad Amsterdam per incontrare una entraîneuse, Paméla, amante che ha da sempre segretamente bramato.

Simenon, tra i più prolifici scrittori del XX secolo e noto soprattutto per essere l’ideatore del commissario Maigret (sebbene abbia all’attivo centinaia di romanzi e racconti, pubblicati persino sotto pseudonimi), grazie alla sua sottigliezza letteraria, riesce a ritrarre atmosfere dense e stratificate, pur servendosi d’un linguaggio lineare. Il suo principale intento autoriale è quello di mettere a nudo l’uomo rispetto a tutte le sue possibili maschere.

Anche in questo caso, il protagonista, improvvisamente ridestato dal proprio letargo cognitivo, potrà scoprire il proprio velo di Maya, liberando sé stesso dall’illusione di un ideale sociale inesistente e manifestando finalmente la propria identità profonda.

Alcuni singolari ed incresciosi avvenimenti successivi lo faranno rapidamente salire agli onori della cronaca, alimentando una febbre narcisistica che finirà per prendere il sopravvento. L’uomo si arrenderà all’idea di dover fare i conti con la tanto sospirata libertà e, l’aiuto di un’altra “donna di vita”, Jeanne Rozier, conosciuta al cabaret parigino Picratt’s, forse non basterà a risollevarne le sorti.

Georges Simenon
L’uomo che guardava passare i treni
Gli Adelphi, 1991
pp. 211, € 10,00