Tratto dal secondo capitolo del Ciclo di Pittsburg (1984), del drammaturgo afroamericano Auguste Wilson, Ma Rainey’s Black Bottom, (sceneggiato da Ruben Santiago-Hudson, prodotto – tra gli altri – da Denzel Washington) è un adattamento fedele, ma tematicamente complesso, difficile da penetrare nella sua narrazione drammaturgica.


Il regista George C. Wolfe filma l’unico atto dell’opera, ambientata nel 1927, in uno studio di registrazione di Chicago. La band della “madre del blues” (Ma – Viola Davis) deve incidere un nuovo album.

Ci sono: Cutler (Colman Domingo) al trombone; Toledo (Glynn Turman) al pianoforte; Slow Drag (Michael Potts) al basso; e un ambizioso nuovo arrivato di nome Levee (Chadwick Boseman, scomparso nell’agosto 2020, qui alla sua ultima interpretazione) alla tromba.

Ma, matrona e diva, arriva tardi in studio, con il nipote Sylvester (Dusan Brown) e dalla sua giovane fidanzata, Dussie Mae (Taylour Paige). La cantante pretende che Sylvester, che balbetta, sia la voce narrante al suo album. E litiga con il proprietario bianco dell’etichetta discografica (Jonny Coyne).

Nell’attesa di Ma, i membri della band, si scambiano storie di linciaggio, aggressione e umiliazione, della Grande Migrazione dei neri del Sud verso le città industriali del Nord. Il clima è caldo e gli animi sono accesi.
La scena è occupata da Leeve, presuntuoso, impulsivo, incline all’autodistruzione: discute con gli altri musicisti, rifiutandosi di ascoltare quando cercano di parlargli in modo sensato; quando arriva, seduce Dussie Mae, una mossa di carriera rischiosa per non dire altro. È un giovane uomo desideroso di incassare gli assegni prima che siano stati firmati.
Le tensioni i tra musicisti, produttori, manager e una star sempre più recalcitrante,  il taglio della canzone simbolo di Ma Rainey…
La situazione si scalda, peggiora e degenera, quando Levee e Cutler vengono alle mani e Ma Rainey licenzia il giovane trombettista.

“I bianchi non capiscono il blues” – afferma Ma Rainey – “Lo sentono uscire, ma non sanno come sia arrivato lì. Non capiscono che questo è il modo di parlare della vita”.


La storia si basa su Gertrude Pridgettuna, nata Malissa Nix Pridgett (1886-1939), una delle prime cantanti blues negli Stati Uniti, che è stata anche una delle prime a incidere in uno studio di registrazione le sue canzoni.
Le sue canzoni erano anticonformiste, parlavano di indipendenza e sessualità; il titolo si riferisce a un ballo da lei inventato: il
 Black Bottom –Black Bottom dance – è il fondoschiena delle donne nere, che ha ispirato il titolo di una sua canzone.

Ma Rainey’s Black Bottom, candidato a 5 Premi Oscar (Miglior Attore, Attrice, Scenografia, Costumi e Trucco), fa parte di un progetto di Netflix per portare sullo schermo le opere di Wilson – un ciclo che rappresenta la vita dei neri nel XX secolo. Manca la candidatura all’Oscar per la Fotografia perché direttore Tobias A. Schliessler fa danzare la MdP con movimenti fluidi, permettendo una resa narrativa più morbida di come è impostata per quadri e schemi.

Perché è questo il punto: la difficoltà di resa sul grande schermo.
A teatro provocherà sussulti e struggimento d’animo.
Ma qui sullo schermo, l’intensità del dramma si diluisce in schematiche scene teatrali artificiose.

A tenere sulle spine l’attenzione è il cast, avido di scena e battute.