Mal nosso è il film che sigla l’esordio dietro la macchina da presa di Samuel Galli, giovane regista brasiliano che non ha paura di inserirsi nel solco tracciato dal connazionale Marins nell’andare a confezionare un horror lineare e pacato. Allo stesso tempo si stratta di un’opera prima che riprende sì la tematica storica del filone orrorifico carioca senza impaludarsi in uno sterile citazionismo, preferendo piuttosto riporre coraggiosamente la propria fiducia in una messa in scena originale.
Già dall’incipit si respira un’atmosfera inquietante da tanto è lento il ritmo, con il corpulento e flemmatico Arthur che naviga quasi annoiato nel deep web alla ricerca di film snuff. Convinto da alcuni di questi, particolarmente cruenti, ne contatterà e ingaggerà l’autore Charles, un brutale assassino a contratto che ha fatto della sua passione verso la morte e la tortura un lavoro regolare, per commissionargli un duplice omicidio. Charles è inizialmente insospettito dalle singolari richieste di Arthur, che vorrebbe consegnare la seconda metà del compenso tramite delle istruzioni contenute in una pennetta USB lasciando da parte sevizie e filmini, ma alla fine accetta, persuaso dall’apparente facilità del compito. Sarà a lavoro ultimato che potrà guardare nella cartella protetta a tempo per ottenere il denaro, ricevendo sì la seconda rata del pagamento, assieme però a una sconcertante verità.
Sebbene non occorra certo balzare all’indietro sino a un’ulteriore contestualizzazione di Zé do Caixão e relative influenze, preme comunque sottolineare come il nerbo dei conflitti narrativi di queste pellicole brasiliane affondi sempre le proprie radici nella cultura religiosa che permea il paese, instradandone le dinamiche in un orizzonte dicotomico bene/male con continui ribaltamenti di fronte, quasi alla orientale – con tutte le dovute differenze. Galli non perde l’occasione e fa di questa caratteristica la chiave di volta di Mal nosso, a livello sia registico che di intreccio. Il rigido dualismo appare evidente già dalla struttura del film, diviso seccamente in due episodi distinti, ma arriva presto al punto di riuscire a contaminare ogni inquadratura, attraverso una separazione visiva che diviene presto un tutt’uno con ogni singola immagine: oggetti scenici, fasci di luce, o geometrie tranciano sempre in due qualsiasi sequenza. La scelta compositiva è chiara e definita, ogni scena è uno scontro, una lotta tra opposti, a livello visivo e tematico; se il primo lato di questa impostazione è subito riscontrabile, per avere piena comprensione della parte più concettuale bisogna attendere parecchio, poiché un’altra grande intuizione sta nel sovversione della suspense. L’impianto narrativo poggia il suo evolversi in una costruzione basata su analessi e proiezioni, riscrivendo per gradi le sensazioni date precedentemente.
Se il ritmo rimane misurato per l’intera durata, lo stesso non si può dire della tensione che invece cresce rapidamente nella seconda metà, quella che ricostruisce sia il passato sia il futuro della prima, cambiando completamente genere, disorientando lo spettatore e aprendo a quella dicotomia di cui sopra. Non che non fosse necessaria o preparata male, visto come tutti i dubbi sulla caratura morale del protagonista vengono chiariti dalla rivelazione che sono proprio Arthur i e l’adorata figlia gli obiettivi indicati a Charles. Ci dev’essere un qualcosa di natura differente. Questo capovolgimento di fronte ne genera altri, e, come chiamato a rispondere, da un video registrato (con tanto di classicissimo “se mi stai guardando probabilmente sono già morto”) Arthur passa all’azione. Da un film all’altro, da un mondo all’altro.
La prima metà del film, scandita da colori caldi e luci al neon, crea una piccola bolla ipnotica all’interno della quale la fotografia sembra non cambiare mai, al di là del tipo di luci utilizzate negli interni claustrofobici (spesso inquadrati dal basso per schiacciare i personaggi) come le piccole stanze della casa di Arthur, quelle più grandi ma incredibilmente chiuse dell’abitazione – e teatro dei massacri – di Charles, o il bagno del locale dove i due si incontrano. A causa di questa gestione di ambienti e tempi Mal nosso può guadagnarsi la nomea di horror. La violenza grafica d’altro canto è resa senza patemi, sfumando solo quando serve strettamente per un gioco di vedo-non-vedo che la rende ancora più trucida, abbondando sullo schermo dello spettatore e su quello del computer dell’ormai deceduto protagonista quando esamina l’operato del sicario, che Galli con un po’ di licenza artistica rende con la medesima cifra registica del film, per dare quell’impressione di fisica semplicità, di umana bruttura cui si è già accennato.
Quando la bolla scoppia trascendiamo spazio e tempo, trascinati un un racconto animistico che scomoda in prima persona spiriti benigni e malvagi, a cavallo tra differenti ordini di flashback: dal nostro protagonista che scopre di essere un sensitivo nell’adolescenza al suo impegno come “sciamano urbano” in età più adulta, dall’incontro con le due entità ultraterrene (dagli scopi più oscuri di quanto possa sembrare), alla presa di coscienza della presenza del Male e di un equilibrio da rispettare, financo all’accettazione della morte. E come si passa, con il solito incedere controllato, da un livello all’altro, non c’è esitazione da parte di Galli nel passaggio repentino a toni molto più freddi che risaltano maggiormente quando contrastati di volta in volta da un ritorno a una colorazione intensissima (come nella scena della possessione e dell’incontro con questo demone boschiano), dallo spiegone del protagonista, scisso – di nuovo – tra videotape in prima persona e resoconto diegetico in terza, o dai toni ovattati dell’Aldilà (forse), reso come un palcoscenico da recita scolastica che, accompagnato dall’ultimo penetrante sguardo in macchina di uno degli spiriti suggerisce l’ennesima riscrittura, questa volta intorno al ruolo centrale di Arthur – è davvero tale, dirimente?
Ogni cosa giunge a compimento nel momento in cui l’ultimo colpo di scena viene digerito permettendo così di guardare sotto una luce alternativa tutto quanto accaduto precedentemente, evidenziando così i parallelismi, i giochi d’analogia, in un’apertura prospettica da vero film dell’orrore (nel senso più ampio del termine, non quello del salto sulla poltrona). Samuel Galli è un autore da tenere d’occhio che avrà molto da dire nel prossimo futuro, e la speranza di vederlo presentare a un festival importante (senza nulla togliere al Macabro Horror Festival del Messico da cui è stato omaggiato con un premio di categoria) è tanta. Da ultimo, uno chapeau con tanto di cappello in mano alla gestione della fase di produzione, capace di districarsi perfettamente in un contesto contorto come quello di Mal nosso a partire da un budget che definire risicato sarebbe un eufemismo. Gli attori protagonisti sono tutti assoluti esordienti, come del resto buona parte della truppa: montaggio (sempre di Galli), effetti speciali, trucco, sonoro e quant’altro sono di prima classe, dettaglio di norma scontato che diventa invece importante e dimostra passione per il cinema in un’opera prima finanziata di fatto rompendo il salvadanaio.






