Raccontare la moda al cinema, per Sofia Coppola, significa raccontare inevitabilmente il cinema stesso

Una sfilata è la summa di diverse componenti, anche di natura artistica diversa.

Le fondamenta del film, infatti, sono costituite da un’identificazione, un riconoscimento totale: nel processo creativo che porta ad una nuova collezione sono attivi gli stessi interruttori che servono per la realizzazione di un film.

Marc Jacobs è il personaggio principale di questa nuova opera della regista, presentata Fuori Concorso alla 82esima Mostra del Cinema di Venezia, un documentario anomalo, caratteristica dovuta anche all’amicizia pluridecennale che lega lo stilista newyorchese alla regista che, inevitabilmente, annulla la distanza tra chi narra e l’oggetto del racconto.

Si alternano, infatti, momenti in cui lo sguardo è distaccato, più proprio del genere stesso, a sequenze di interviste talvolta piuttosto informali: come nel momento in cui l’autrice appare in quello che lei stessa definisce un piccolo cameo.

 Ampio spazio è dedicato al profilo psicologico di Marc Jacobs, di fatto ricostruito intimamente fin dall’infanzia per arrivare all’età adulta: l’ordine seguito non è cronologico, scelta che conferma la volontà autoriale di non rimanere ancorata ai canoni del genere. Contrapposta a questa scelta è invece quella di unire materiali d’archivio di matrice composita: dai film di Bob Fosse alle fotografie di Liz Taylor, da filmati degli anni ’70 e ‘90 a immagini della famiglia di Jacobs.

La tecnica del found footage è utilizzata per tutta la durata del film, ad intervalli irregolari: ciò contribuisce a dare vita ad un ritmo che coinvolge, per una narrazione che senza una così puntuale e definita scelta stilista, quasi certamente, finirebbe per annoiare chi guarda.

La storia di Marc Jacobs è interessante, il ritratto tracciato è personale e autentico, ma non sembra contenere in sé un’urgenza: è la realizzazione del sogno americano, già ampiamente raccontato al cinema e forse, ad oggi, anche in qualche modo inattuale. Sembra molto più importante, invece, porre l’accento su quello che è un immaginario collettivo composito: il mondo pop, camp, punk, etc.

Il vero pregio del film si trova nella tecnica: l’uso di musica, colori, materiali d’archivio, l’attenzione alle inquadrature. L’occhio della Coppola è riconoscibile nelle riprese di dettagli e primi piani, nelle lenti dai diaframmi spalancati, che creano immagini con soggetti definiti e sfondi sfocati, onirici.

Questa cura maniacale per i particolari, che caratterizza il lavoro dello stilista nelle settimane che precedono una sfilata, si percepisce da anni nelle pellicole della regista: per cui, alla fine, sembra quasi che sia una biografia ed al tempo stesso una sorta di autobiografia.