lunedì, Maggio 18, 2026
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Maria Grazia Gregori, il canto lieve della critica

La prima intervista italiana a Tadeusz Kantor l’aveva fatta lei. Maria Grazia Gregori. Sulle colonne dell’Unità, un giornale che ha sempre dedicato molto spazio al teatro, nella sua lunga e illustre storia.

Non riesco a scrivere di questa signora della scena in modo distaccato: Maria Grazia era una mia amica, e mi prendo la libertà di dirlo. Votata al teatro, alla scena, passionale, stravolgente a volte. A parte quando si doveva andare a cena, perché la cena è sacrosanta, non si può sgarrare.

L’ho incontrata mille volte, ai festival più disparati. Dalla Biennale, di cui era ospite fissa e benvoluta, a Castrovillari, in un altro miracolo di incontri e parole.

Ma, bisogna proprio dirlo, lei era un’intellettuale completa. Per il suo giornale scriveva qualsiasi cosa. Si prendeva la libertà dovuta, nell’introdurre temi nuovi in quello che era in ogni caso l’organo di partito del Pci. Nei bei tempi andati, prima che il quotidiano chiudesse. Lei viaggiava sempre alto, una tra le poche donne che si occupava di critica, analizzando e scremando tutto quello che arrivava di nuovo. Con uno sguardo colto e innocente, che la riempiva di emozioni. Con Giorgio Strehler, con Luca Ronconi, con Patrice Chéreau, di cui diceva che era bravo, bravissimo, ma anche tanto bello. Bellissimo, diceva, sorridendo.

A scavare nella sua storia, ho scoperto più di millecinquecento articoli, a partire dal 1976. E non sono ancora arrivato in fondo a questa ricerca appassionante. Redazionali, interviste, recensioni. Faceva di tutto, Maria Grazia. E proprio la grazia era il denominatore comune. Mi sembra impossibile che sia morta prima di finire il libro che la nuova Ubulibri di Jacopo Quadri e l’Associazione Ubu per Franco Quadri stavano preparando per lei e su di lei. Lei che aveva anche ricevuto il Premio Franco Quadri. Un asso della scrittura. Uno sguardo femminile in un mondo di uomini. Una dolcezza ringhiosa, a volte. Un’analista straordinaria, con l’ironia che si portava dietro. E un’intellettuale militante, che andava al sodo della scena. La insegnava alla Civica Scuola Paolo Grassi, per decine di anni.

Ci teneva a esserci sempre. Anche con le fatiche del caso. Me la ricordo ovunque, io che sono un po’ più giovane di lei. Sempre presente, vigile, attenta. Poi scriveva. E scriveva per chiunque, anche per una rivista periferica e isolana come VeneziaMusica e dintorni. Senza chiedere un euro. Sorridendo. Mandava una mail senza titolo, senza commenti. C’era la recensione. Accuratissima. Non è un caso che fosse stimata e amata, insieme a pochissime altre, da Franco Quadri, un po’ misogino, a dire il vero. Eppure. Nello scambio di idee, talvolta anche burrascoso, nascevano i fiori migliori della critica teatrale italiana, mescolati con altri altrettanto importanti che per fortuna sono ancora con noi.

Eugenio Barba, Jerzy Grotowski, Kantor appunto. Mille altri nomi. E la regia. La sua grande passione, contaminata soltanto dall’amore che provava per gli attori, il corpo del teatro, come diceva. L’attenzione ai cambiamenti, alle tendenze in atto, alle evoluzioni e anche alle involuzioni. Maria Grazia sapeva molto. Ed era proprio milanese, nel raccontare quello che sapeva. Diretta, anche brusca, sempre sincera. L’ho conosciuta mille anni fa, in redazione alla Ubulibri: il mostro-genio (Quadri) era difficile da decrittare, ma lei ci riusciva benissimo. Franco non la sbaragliava, non la intimoriva. Sempre con questo sorriso un po’ inclinato, che voleva dire Guarda che lo so. Non sei l’unico che sa tutto…

Quando ci sentivamo al telefono, la prima cosa che chiedeva era come va l’amore. Poi partiva a parlare di teatro, di cose straordinariamente ignote. Berlino Est. Il Sud America con Barba. Restavi incantato a sentirla parlare dei bambini che avevano fame, e lei – chiusa in un ristorante per ricchi occidentali – che non riusciva più a mangiare la pregiata carne argentina. Cuore e cultura. Ciao mia cara Maria Grazia. Senza di te il libro non è più lo stesso. Ma lo faremo comunque.