Il rapporto di Mario Perrotta con Luigi Pirandello ha radici antiche, e risale alla fine degli anni Novanta, quando si laurea brillantemente in Filosofia all’Università di Bologna con una tesi sull’estetica del Girgentino.
Forte di questa lunga frequentazione, il regista-autore-attore leccese porta al festival Primavera dei Teatri di Castrovillari la prima assoluta del suo ultimo lavoro, Qualcuno, nessuno, centomila. Pirandello in loop: lasciato per una volta il palcoscenico si dedica alla regia e alla drammaturgia, cedendo il posto in scena a due attrici d’eccezione come Paola Roscioli e Dalila Cozzolino (che collabora anche alla drammaturgia), entrambe finaliste ai Premi Ubu nelle passate edizioni.
L’operazione che propone è affascinante quanto complessa: come lui stesso dice nelle note di regia si tratta di un ‘attraversamento’ dell’opera di Pirandello, una ‘messa al presente’ delle sue geniali intuizioni e delle sue altrettanto angosciose inquietudini. Tutto prende le mosse dall’Enrico IV, vero e proprio pamphletdel mascheramento, opera nella quale è insita la doppiezza dell’identità, nella dicotomia pazzo/sano ma anche in quella vero/falso. E proprio con il celebre «Buffoni, buffoni, buffoni» del secondo atto, recitato a due voci, prende avvio lo spettacolo (la stessa parola sarà emblematicamente anche l’ultima recitata).
Perrotta scandaglia la scissione (le scissioni?) dell’io con certosina attenzione, frantumando anche i personaggi incarnati dalle due attrici: prima En e Ri, poi Psy e Co (è evidente la destrutturazione del nome Enrico), poi ancora, fuori dalla parte, Paola e Dalila. Ma il titolo stesso funziona come moltiplicatore della moltiplicazione già attuata da Pirandello: il passaggio da Uno, nessuno e centomila a Qualcuno, nessuno, centomila sembra già di per sé la negazione di un nucleo identitario verace o originario. Il pensiero va subito all’ultimo, grande romanzo pirandelliano, del quale ricorre il centenario della pubblicazione, e il cui protagonista, Vitangelo Moscarda, attraverso la scoperta di un difetto del suo naso, che gli viene fatta notare e di cui non si era mai accorto, trae la tragica conclusione di non essere il sé unico e irripetibile che credeva di essere, ma di esistere infinitamente moltiplicato dagli «sguardi degli altri», di essere ‘plasmato’ dalle percezioni altrui, peraltro mutevoli. Questo smembramento, che in Pirandello assume la forma della profezia, cent’anni dopo si realizza concretamente attraverso le più moderne tecniche di comunicazione, che ormai si dislocano quasi esclusivamente sulla rete. In quella piattaforma la maschera centuplicata migliaia di volte è ulteriormente e infinitamente ricentuplicata. Lo comprendiamo da un dialogo/monologo tra Psy, la terapeuta, e Co, la paziente, in cui tutto viene chiaramente alla luce, a partire da un termine, «volubilità», già evocato dal protagonista dell’Enrico IV e qui incisivamente ripreso:
PSY Dove è quando essere volubile le dà spazio e tempo?
CO Online.
PSY Mi spieghi.
CO Online. Apri un profilo, vedi come ti senti quel giorno e ti proponi.
PSY Si spieghi meglio.
CO Dottoressa, io sono in pausa. In pausa da tempo. Sa quanto tempo è che ho aperto il mio primo profilo? Quindici anni. I primi tempi pensavo: piano, piano, un poco alla volta… Non è che adesso, sbramm, vomito tutta me stessa così come sono qui in rete. Con calma, un pezzetto per volta, altrimenti che dicono? Mi sembrava un forma di rispetto per gli altri naviganti che, tra l’altro, neanche la prima foto, e già lì che si fanno sentire, danno segno di sé, un like, il pollice, il pollice in su. Il primo pollice verso l’alto fu un’esplosione: c’era qualcuno a cui piacevo. Cioè la mia foto, non esattamente io, ma poi è la stessa cosa, no? […] Quel pollice. Una botta di adrenalina che pensi: se sono piaciuta così, vuoi che proprio ora rovini tutto e metto tutta me stessa, così come sono, qui in rete? Magari mantengo la linea, per rispetto di quel pollice e di chi ce l’ha messo. Magari posto qualcosa di simile, che sostenga la narrazione. E via che i pollici diventano due e poi tre e dieci e cento! […] Poi ne apri un altro, di profilo, dico. Più estetico. Perché, va bene questo profilo a mezzo tra foto e testo, ma vuoi mettere un racconto solo ad immagini? E già la cosa si fa meno controllata. Posto di qua questo, di là quest’altro, perché capisco, da subito, dottoressa, da subito capisco che sono diverse le persone che frequentano un profilo da quelle che frequentano l’altro. Cercano cose diverse…
Dunque la moltiplicazione delle maschere, attraverso i social media, aumenta esponenzialmente, come aumenta anche la loro aleatorietà: in ventiquattr’ore tutto scompare, i profili si rinnovano, si chiudono, si modificano. La realtà virtuale è estremamente più fluida della realtà ‘reale’, con i pericoli che tutto questo si porta dietro, soprattutto per chi in quest’universo ci è nato ed è inesorabilmente inserito.
Il discorso poi si ripropone anche quando le attrici escono dai propri personaggi e riprendono, almeno sulla carta, i loro veri nomi, Paola e Dalila. La discussione verte intorno alle ragioni che le hanno spinte entrambe ad aderire a questo progetto, come esplicita Paola lamentandosi con Dalila di non rispettarle:
PAOLA Il tempo. Il senso del tempo. Uno spettacolo sul senso del tempo: questo abbiamo deciso! Il tempo di questo mondo che sembra senza tempo. Un mondo in cui tutti ripetono «come non ci fosse un domani». Un mondo in cui a forza di dirlo – «come non ci fosse un domani« – questo diventa la verità. Domani non esiste! E allora, se domani non esiste, perché prendermi una responsabilità, una qualunque?
A queste parole Dalila replica che il mondo poetico e immaginifico di Pirandello assume connotati ancora più netti e precisi nell’epoca digitale:
DALILA Questo volevamo raccontare: che adesso, cent’anni dopo Pirandello, la sua intuizione è ancora più angosciante, perché c’è la rete che moltiplica a dismisura gli sguardi degli altri e la possibilità di racconti di una te lontanissima da quello che ti credi, che senti di essere, e questo peggiora l’ansia sociale che ci abita, tutti.
Insomma, un Pirandello «in loop», come recita il sottotitolo, nel quale fa capolino anche il protagonista dell’Uomo dal fiore in bocca, chiamato in causa quando si accenna alla paura di morire, allo sgomento di fronte a una fine imminente.
Le due magnifiche interpreti inquadrano e stigmatizzano il nostro tempo, senza infingimenti e con rara maestria nel loro continuo oscillare tra parole, gesti e sguardi.
Uno spettacolo denso di implicazioni, che si spande in cento (o centomila) rivoli senza perdere mai la bussola, come un congegno di precisione.








