Il Mendelssohn di Braunstein con la Filarmonica della Fenice

Il direttore finlandese Jensen a Venezia tra Wagner e la Quarta Sinfonia di Čajkovskij

Deve essere stata quella sana abitudine a soppesare sin da giovane le esibizione da solista con un’importante attività di camerista, coltivata al fianco degli interpreti più prestigiosi a livello internazionale, ad aver suggerito a Guy Braunstein l’originale respiro con il quale ha abbracciato il Concerto per violino di Mendelssohn. Sin dall’incipit melodico affidato proprio al solista, il violinista israeliano fissa il tema con un’insolita morbidezza di suono, per raggiungere poi tinte più aspre laddove l’intensità musicale lo richiede. Così anche la cadenza dell’Allegro molto appassionato, qui inserita immediatamente dopo l’elaborazione per consentire al compositore di perseguire l’obiettivo preposto in termini di distacco dalla tradizione classica, prima di modellarsi nell’ampio fraseggio del secondo movimento che conduce in modo istrionico all’esuberante gioco di alternanza del terzo tempo. Guy Braunstein abbandona la figura del solista eroico all’insegna di un dialogo continuo con l’Orchestra Filarmonica della Fenice che, pur esibendosi in un’ottima prova, non sempre riesce ad accostarsi alla cura che il solista riserva al suo discorso musicale. Così nel fuori programma sulla musica di Kreisler, alla zoppicante rincorsa dei pizzicati degli archi, Braunstein ne propone un secondo, originariamente per violino e pianoforte, sarcasticamente eseguito da solo.

Dello stesso peccato si macchia, in apertura di concerto, l’esecuzione del Preludio dei Maestri Cantori di Wagner, non tanto per il carattere della musica o del sovrapporsi dei motivi conduttori desiderosi di venir sviluppati durante lo svolgersi della vicenda, ma in piccoli elementi di giuntura tra una parte e l’altra del discorso o nei fugaci passaggi ornamentali. Piccole sbavature che ben presto vengono dimenticate all’impressionante incedere della massa orchestrale che, in un incontrastato crescendo, avvolge i singoli temi, qui plasticamente intrecciati da Eivind Gullberg Jensen, in un affascinante agglomerato sonoro ricavato dalla coesione di molteplici individualità tematiche, chiaramente riconoscibili.

Benché la cellula ritmica iniziale possa in qualche modo far pensare a una vicinanza tra questo preludio e l’inizio della Quarta Sinfonia di Čajkovskij, la vittoria del vitalismo giovanile sulla rigidità delle regole incarnata dall’opera di Wagner si distacca completamente dall’oscura entrata in scena del fato che contraddistingue quella del compositore russo. Sono anni duri per Čajkovskij, segnati da un matrimonio di convenienza con la conseguente fuga in Europa, dettagliatamente riportati in questa Sinfonia come pagine di un diario sin dal tragico tema iniziale, il motto della fanfara che squarcia il tessuto musicale lungo l’intero primo movimento per tornare poi a chiudere il cerchio verso la conclusione dell’opera. Al centro, il passaggio di una sinuosa melodia tra i timbri orchestrali contrapposta allo Scherzo pizzicato dagli archi, consentono di alleggerire momentaneamente i toni. Così gli elementi che forgiano l’identità di questa Sinfonia vengono ricalcati dallo spiccato senso di direzione sfoggiato da Jensen all’impareggiabile verve che ha condensato l’indissolubile concentrazione della Filarmonica della Fenice nella prova più ardua e maggiormente riuscita dell’intero programma.