“Meridiano di sangue” di Cormac McCarthy

Meridiano di sangue (Blood Meridian, or the Evening Redness in the West, 1985) vede come protagonista e narratore ‘il ragazzo’ (The Kid), cioè un giovane illetterato, nato nel Tennessee, che se ne va di casa a quattordici anni e del quale non verrà mai svelato il nome: successivamente, con l’incedere della storia in un arco temporale compreso tra il 1847 e il 1878, diverrà genericamente ‘l’uomo’.

Ritenuto uno dei “magnifici quattro” della narrativa contemporanea statunitense (insieme a Pynchon, Roth e DeLillo) dal noto critico letterario Harold Bloom, McCarthy ha dato vita al western forse più crudo e sanguinolento mai scritto, basandosi sul libro di memorie My Confession: The Recollections of a Rogue (1855-61) di Samuel Chamberlain, membro della banda Glanton e cacciatore di scalpi durante la Guerra messicano-americana (1846-48).

Il ragazzo, sfuggito ad un’infanzia sventurata, perpetrerà atti di violenza gratuita durante tutto il suo cammino verso Ovest, da Memphis a Fort Griffin (Texas settentrionale), lungo il quale affiancherà perlopiù reietti occasionali, fino ad arruolarsi nell’esercito contro i messicani agli ordini del capitano White e, in seguito, unirsi ad una compagnia di scout delle praterie.

Proprio quella brigata sarà guidata da due singolari ribaldi, John Joel Glanton e l’enigmatico giudice Holden, i quali lo libereranno dalla prigionia di cui è rimasto vittima e lo coinvolgeranno in una serie di traversìe insieme ad altri spietati masnadieri, compreso un tale Toadvine, conosciuto in precedenza a Nacogdoches e ritrovato in carcere.

Attraverso i meridiani del caos, come la fantasmagoria d’una terra immaginata nel delirio, “un uomo non riesce a conoscere la propria mente, perché la mente è tutto quello che ha per conoscerla”.

Come se al di là della volontà o del fato si muovessero nelle mani d’un terzo e sinistro caso, i cacciatori non mostrano pietà per nessuno, ignari animali ed innocenti bambini compresi. Il romanzo non lascia spazio a sentiment(alism)i o riflessioni, se non le visionarie divagazioni pseudofilosofiche del giudice, ed incalza con la stessa solennità d’un rituale gnostico. Un’ouverture che evoca un ricordo infantile di solitudine, esacerbato dalle desertiche asperità del territorio, in cui la santità del sangue diventa l’elemento temprante che lega ciascun personaggio. L’unica malta tra uomini delusi da aspettative tradite, dai ricordi incerti ed in cerca del proprio destino, in cui ciascuno percorre in senso inverso la via dell’altro, avanzando su strade battute all’infinito da ciascun individuo.

In un abisso di primordiale ferocia, sulle orme di William Faulkner (col quale ha condiviso l’editor, Albert Erskine, presso la Random House di New York), come un abile sciamano McCarthy fa levitare le sue storie dense di pathos e tensione al di sopra del mistero della morte e della guerra, che da sempre caratterizza l’uomo a qualunque longitudine.

Cormac McCarthy
Meridiano di sangue
Einaudi (Super ET), 2014
pp. 298, € 12,50