
Chi è Elon Musk? Imprenditore, politico e finanziatore della destra USA, uomo più ricco del mondo, padre di 14 figli, inventore, visionario: tutti questi attributi potrebbero descriverlo. Alex Gibney, con il suo documentario, ne aggiunge altri: fenomenale venditore di fumo, bugiardo compulsivo. Musk è, in fondo, un prestigiatore, che sa rendere possibile l’impossibile e, quando non ci riesce, sa come far credere di esserci riuscito comunque.
Non è casuale che la parte più interessante del documentario sia quella dedicata al Musk imprenditore di SpaceX e Tesla, perché di quella parte della sua vita si sa mano rispetto a quella pubblica legata a Twitter/X e al suo appoggio incondizionato a Donald Trump e al suo breve ruolo come direttore del DOGE, responsabile di tagliare, senza riuscirci ma con danni immensi, i costi del governo statunitense. Gibney intervista coloro che hanno accompagnato Musk nelle sue prime avventure imprenditoriali – la prima moglie, i co-fondatori di SpaceX e Tesla, le persone con cui si interfacciava alla NASA: quel che ne emerge è dapprima un ritratto lusinghiero, in cui si sottolinea la capacità di Musk di sognare in grande e affrontare sfide apparentemente impossibili con successo, come la costruzione di razzi più economici in grado di far ripartire il programma spaziale, fin lì morente, o quello di lanciare la produzione delle prime auto-elettriche.
Un successo costruito sulla fama di inventore visionario, però, può diventare un’arma a doppio taglio. Il valore delle sue aziende (e, quindi, la sua ricchezza) è strettamente legato a questa immagine, in una manifestazione contemporanea dell’immarcescibile mito del genio. I mercati si aspettano di continuo qualcosa di nuovo, rivoluzionario, e Musk prova a offrirlo con le auto a guida autonoma e la colonizzazione di Marte. Quando non ci riesce, si cimenta in giochi di prestigio, e crea l’illusione, incurante dei danni (e, nel caso delle auto a guida autonoma, delle morti) che può provocare: come Jep Gambardella, Musk trova la realtà noiosa, e la narrativa e il racconto sono più interessanti e, soprattutto, vendibili.
Anche la deriva politica di Musk è ben raccontata, grazie alle testimonianze di persone che erano, per citare Hamilton, in the room where it happens. Lo è soprattutto perché Gibney riesce a trovare un “punto di crisi”, un momento che segna un “prima” e un “dopo” per Musk, rispondendo alla domanda che molti si sono posti quando lo hanno visto sprofondare in un turbine di paranoia e xenofobia: ma è impazzito? C’entra il narcisismo, certo, ma anche un evento ben preciso (lasciamo allo spettatore scoprirlo) che ha cambiato radicalmente il suo modo di pensare e le sue priorità, mettendo da parte gli spunti filantropici (nel senso più ampio del termine) che avevano animato la prima parte della sua carriera (clinicamente si direbbe che è passato dall’essere un narcisista orientato alla comunità a un narcisista “individualista” e patologico). Per chi conosceva già la parabola di Musk per intero, questa parte rischia di aggiungere poco, ma è comunque notevole che ci sia qualcosa di nuovo da dire su una delle figure più raccontate degli ultimi anni.
Gibney riesce a realizzare un perfetto ritratto di Musk raccontandolo in absentia, e facendolo parlare attraverso sue dichiarazioni d’archivio presentate non solo attraverso i classici filmati di repertorio, ma anche attraverso un suo avatar creato con l’intelligenza artificiale, perfetta rappresentazione della spersonalizzazione e della mancanza di empatia che hanno caratterizzato gli ultimi anni delle sue interazioni con il pubblico.
Musk è un documentario ben costruito su una delle figure più influenti del nostro secolo, che riesce a restituire la complessità di un personaggio che, prima di appiattirsi sulle sue ossessioni recenti, era un coacervo di contraddizioni riconosciute da tutte le persone che gli stanno intorno: un uomo che, (a volte) in meglio e (molto più spesso) in peggio, ha cambiato e sta continuando a cambiare il mondo.








