Cinquant’anni e non dimostrarli: ecco il magnifico film “Nata libera”, girato nel 1966 e oggi ottimamente restaurato. Ma la sua attualità sta sopratutto nella visione moderna e attuale del rapporto tra l’uomo e la natura selvaggia, superando la tendenza a umanizzare impropriamente gli animali, quasi che fossero personaggi disneyani e non esseri liberi e con il diritto di vivere secondo la loro natura e non la nostra. Un film che ancora emoziona e sorprende anche per l’onestà del racconto, che non omette, pur con la cautela dell’epoca, anche le scene più crude della vita selvaggia.
La vicenda è ambientata nel Meru National Park, in Kenya, tratta da una storia vera narrata nel best seller autobiografico di Joy Adamson del 1960. Elsa, cucciola di leone la cui madre fu uccisa, è destinata come le sorelle allo zoo, ma viene invece “adottata” dal naturalista britannico George Adamson e da sua moglie Joy. Addomesticata, Elsa è come un animale di casa, dimostra intelligenza, sensibilità e uno straordinario affetto per “mamma” Joy. Una volta adulta, però, non può più rimanere nel mondo degli uomini.
Tuttavia rimetterla in libertà significa sottoporla a un lungo, difficile e pericoloso periodo di reinserimento nella vita selvaggia. Un reinserimento che ha successo grazie alla pazienza e ostinazione di “mamma” Joy. La toccante scena finale del film mostra tuttavia come Elsa, benché oramai inserita nella savana, non abbia dimenticato la famiglia umana nella quale ha trascorso l’infanzia.
Il film fu un kolossal, grande successo del regista britannico James Hill (1919 – 1994), con scenografia scritta sotto pseudonimo da Lester Cole, polacco naturalizzato USA, comunista e nella black list. Le musiche furono di John Barry, che vinse nel 1967 due Oscar. Ebbe un seguito nel 1972 e diede origine a una serie tv.
Onore al merito del festival Cinemambiente di Torino di aver individuato questo significativo cinquantesimo anniversario.






