Naturae, il nuovo progetto di Armando Punzo

Assistere agli spettacoli della Compagnia della Fortezza suscita sempre sentimenti ed emozioni contrastanti. Da una parte sta il fascino e l’ammirazione per il lavoro di Armando Punzo e dei suoi detenuti-attori (che ha festeggiato da poco i trent’anni di attività all’interno del carcere di Volterra), esempio di rigore teatrale ed esito estetico difficilmente uguagliabile; dall’altra esplode con violenza il contraccolpo provocato dal filo conduttore di ciascuno di quegli spettacoli, il senso di spaesamento e inadeguatezza che ogni spettatore prova quando è messo di fronte a domande scomode eppure fondamentali che riguardano l’essere umano e la sua esistenza.

E anche l’ultimo ‘studio’ (Punzo da tempo lavora a progetti biennali, con un primo approccio, spesso di grande incisività, che viene poi sedimentato e ‘raffinato’ nel corso del secondo anno di preparazione), Naturae – ouverture (presentato alla Fortezza Medicea dal 30 luglio al 3 agosto) ha puntualmente confermato questa profonda mescolanza di sensazioni. Il regista campano, inusualmente, ha questa volta sentito la necessità di introdurre il lavoro con un breve discorso prima che i presenti entrassero come di consueto nel cortile-teatro della struttura penitenziaria. In questa premessa ha collegato il nuovo spettacolo ai due precedenti, Dopo la tempesta, che traeva linfa, ‘tradendola’, dall’immensa drammaturgia shakespeariana, e Beatitudo, dove invece l’autore di riferimento – «un compagno di strada», l’ha definito – era Jorge Luis Borges, con il quale il rapporto non si è più interrotto. Nella sua introduzione, rivolta sia a chi ha assistito ai due capitoli precedenti, ma anche (e soprattutto) a chi non li ha potuti vedere, riprende le fila dopo la fine di Dopo la tempesta, quando «Lui e il Bambino», abbandonati i ‘cattivi’ shakespeariani lasciano l’homo sapiens alla ricerca – che si rivelerà in seguito assai più impervia del previsto, se non impossibile – dell’homo felix. Nella sua presentazione di Naturae, Punzo scrive: «Dove vanno ora Lui e Il Bambino? La domanda che ci ha tormentato per due anni, prima dell’approdo a Borges, ritorna ora più faticosa che mai. Perché il “Lascia tutto e seguimi” cristiano, che ritorna in altre varianti in molte culture diverse, rimane la sfida più incredibile mai lanciata a un uomo, ancora insuperata. È davvero difficile chiedere di più. Nel Verbo degli uccelli del poeta persiano Farid ad-Din Attar, uno di quei testi ricorrenti che tante volte ho pensato di mettere in scena con la compagnia, e che invece è rimasto in noi come traccia sotterranea, c’è un momento che ho sempre trovato illuminante, quello in cui gli uccelli, invitati dall’Upupa a un viaggio duro e rischioso alla ricerca del Simurgh, accampano pretesti per restare dove sono: “Perché andare via? Chi sta meglio di me, nutrito e tranquillo, sulla spalla del re?” […] In questo momento non abbiamo alcuna idea del luogo verso cui stiamo viaggiando, del popolo che incontreremo nella prossima valle. Una sola cosa è certa, che l’approdo che cerchiamo non è né in cielo né in terra, né in un dio né in un altrove esotico, ma tutto in noi, solo in noi, nella nostra natura, anzi nelle nostre infinite naturae. C’è un mondo intero di qualità che cercano di emergere dal pozzo in cui le abbiamo relegate: Armonia, Letizia, Stupore, Innocenza. Bisogna avere fede nell’impossibile, perché è già successo altre volte che si sia realizzato, e perché in ogni caso non possiamo continuare a vivere per sempre così, cercando solo di tenerci in piedi, ora difendendoci e ora attaccando. La nostra civiltà non è un approdo, è una fase di passaggio. L’evoluzione non si è arrestata. Ogni generazione ha una nuova sfida all’orizzonte, a noi spetta il compito di superare l’homo sapiens per andare incontro all’homo felix».

Coerentemente con queste premesse, lo spettacolo in fieri, che come al solito propone intuizioni visionarie e forse talvolta anche un po’ contraddittorie, ma sicuramente potenti, vede all’inizio lo stesso regista, in uno scenario bianco che acceca, arrancare disteso verso una mela posizionata al centro del cortile, che si popola di figure vestite di straordinari costumi di foggia orientale, mentre attori e attrici compaiono a declamare parole rarefatte e sublimi. È poi la volta della processione di uomini-nave, che conducono la propria imbarcazione sopra la testa. Ed ecco, improvviso, lo scarto: Punzo, con una certa crudeltà, interrompe il flusso di pensieri edificanti e ‘altissimi’ che invadono gli spettatori, rompendo con navigata esperienza l’illusione che lui stesso aveva creato e invitandoli ad assistere alla seconda parte dello spettacolo, itinerante come altre volte già sono state le proposte della Fortezza. Ci si sposta dunque all’interno della casa di reclusione, in cui viene dispiegata una polifonia di visioni, tutte sempre caratterizzate dal colore bianco, di cui come statue di sale i corpi degli attori sono rivestiti. Impossibile, nel tempo concesso alla visione, coglierle tutte, mentre lo sguardo veleggia da una stanza in cui lo stesso Punzo, bagnandolo con una pezza, fa ‘riemergere’ il corpo sommerso dalla sabbia bianca di un altro attore, a un’altra in cui lo stesso materiale (sale?) imprigiona un ragazzo e una ragazza intenti a declamare versi difficilmente riconoscibili… Estremamente suggestivo anche il finale, dove, tornati nel cortile, tre corpi umani vengono cosparsi di zucchero lasciando, una volta alzatisi, la propria sagoma sul terreno. Come sempre, Punzo apre interrogativi lancinanti più che fornire risposte rassicuranti, e quasi dispiace dover attendere un anno per scoprire la definitiva direzione che prenderanno alla fine queste ‘lucreziane’ naturae.