Oltre all’interessante Selfie, all’interno della sezione “Panorama” della Berlinale 2019 è stato presentato un altro documentario italiano, dove, come nel caso dell’esperimento video dei ragazzi napoletani, le giovani generazioni si trovano nel focus dell’obiettivo, seppure in un contesto diverso e con intenzioni di tutt’altro tipo. Qui l’occhio esterno della regista fissa e restituisce una lunga serie di scampoli di vita quotidiana, tanto di individui o famiglie quanto di gruppi di persone che partecipano a rituali collettivi piuttosto usuali nella nostra contemporaneità. I frammenti si susseguono l’uno dopo l’altro e paiono inizialmente slegati tra loro: non vi sono figure che ritornino nel corso del film, né unità di luogo, dal momento che ci troviamo sì in Italia, ma in spazi che potrebbero essere ovunque, senza tratti distintivi di centro, nord o sud. Man mano che le immagini scorrono, però, non possono sfuggire né il filo rosso che si dipana tra gli episodi, né una sorta di consequenzialità narrativa: di fatto, ci viene proposta un’esposizione di quella che è l’educazione di genere per i bambini, gli adolescenti e i giovani italiani di oggi, dall’infanzia al momento del matrimonio (che segna tradizionalmente il passaggio definitivo all’età adulta e, nonostante tutto, costituisce ancora uno spartiacque nella biografia di chi decida di sposarsi).

La riflessione sulle tematiche di genere non è una novità per Adele Tulli, PhD a Londra e già da alcuni anni appassionata di antropologia, femminismo e cultura LGBT. A questi ambiti la giovane regista aveva già dedicato i suoi primi documentari girati all’estero, ma per questo lavoro è stato deciso di tornare ai luoghi d’origine: a un’Italia che, al di là di tutto, è sicuramente piu’ progressista di una volta per quanto riguarda l’apertura nei confronti di identità di genere maggiormente fluide e di modalità alternative di intendere la coppia e la famiglia. Ma certi stereotipi sono duri a morire, tanto si rivelano radicati e tramandati costantemente e acriticamente anche dalle nuove generazioni: lo vediamo nei contesti più disparati che la regista ha scelto di mostrare, osservatrice esterna (quasi “aliena” appena atterrata sul pianeta Italia, non senza un certo senso di straniamento) e mai giudicante, in questa serie di documenti umani.

In un’intervista, Adele Tulli ha detto lei stessa di avere raccolto svariate storie viaggiando per l’Italia con BlaBlaCar, un po’ sulla scia di quanto fatto, ben prima della rivoluzione sessuale del ’68, da Pier Paolo Pasolini nei suoi Comizi d’amore, altra rassegna random di modelli di comportamento piu’ o meno conservatori, variamente connessi con l’identità sessuale e la concezione della famiglia. Sessant’anni fa, sicuramente, i modelli in questione erano rigidissimi rispetto ad oggi. Nondimeno, molti cliché sono rimasti: così le bambine si fanno i buchi per gli orecchini dal gioielliere insieme alle mamme e si travestono da principesse delle fiabe, mentre i bambini vengono portati dai papà a fare motocross e si divertono con i violentissimi picchiaduro della sala giochi; le ragazzine si fanno belle dall’estetista e si sforzano di attirare sguardi ai concorsi di bellezza e i ragazzini vanno ai festival dei motociclisti e si atteggiano a duri per non sfigurare rispetto ai “veri uomini”. Forse c’è anche qualcuno che si mischia o si mischierebbe a quelli del sesso opposto per dilettarsi con le stesse attività, ma si tratta di un fenomeno talmente raro da non trovare spazio nel film – per non parlare del fatto che realia sempre attuali come “Miss Mondo” o “maschio alfa” hanno una connotazione di genere, di fatto, impossibile da scalfire.

E poi si arriva ai rituali di corteggiamento, all’addio al celibato/nubilato, al matrimonio e all’album di nozze, tutto fortemente tipizzato. E può sorprendere in che misura determinate convenzioni vecchie decenni relativamente ai rapporti uomo/donna e alla separazione dei ruoli di marito e moglie siano ancora ampiamente condivise anche da giovani nati ormai dopo gli anni ’90. D’altronde, nonostante le tante battaglie vinte dai movimenti femministi ormai quasi cinquant’anni or sono, queste convenzioni sintetizzano ciò che fino a tempi molto recenti era candidamente chiamato “normale” (di qui, ovviamente, il titolo del film): nell’indefinita ed eufemistica categoria di un’“anormalità” non sempre dichiarata rientravano tanto le bambine “maschiaccio” e i bambini “femminucce” quanto (sebbene qui si trattasse di una “anormalità” off limits) i casi di omosessualità o identità queer.

Nel “prologo” del film vediamo delle donne incinte intente a fare acquagym: dentro le pance piu’ o meno tutte uguali che si muovono ovattate sottacqua si stanno formando delle creature che una volta venute al mondo, a seconda del loro sesso, si troveranno invischiate in una serie di giochi e ruoli da cui non è ancora facile emanciparsi; nell’“epilogo” del film, d’altra parte, vediamo l’unione civile di una coppia gay, in tutto e per tutto uguale a un matrimonio etero (nemmeno i colori arcobaleno della torta tagliata dagli sposi risultano inusuali). Una sorta di cortocircuito finale: l’evoluzione dei costumi, pare dirci la regista, c’è stata ed è innegabile, ma determinati schemi “normali” e limitanti regoleranno i nostri movimenti di animali sociali, a quanto pare, ancora molto a lungo.