Il brillante produttore cinematografico Aleksandr Rodnjanskij, degno esponente di una dinastia kyiviana di professionisti del settore, dopo molti anni di lavoro e successi in Russia lascia Mosca in seguito allo spartiacque del 24 febbraio 2022, proseguendo la sua attività professionale tra l’Ucraina, l’Europa e gli Stati Uniti. È anche l’occasione per mettersi dietro alla macchina da presa (o meglio, di selezionare e montare un consistente corpus audiovisivo del passato e del presente) e proporre al pubblico internazionale una riflessione rapsodica sul proprio vissuto, sulle tragedie subite dalla sua famiglia ebrea ucraina tra Shoah e repressioni sovietiche e, naturalmente, sulla guerra attualmente in corso nella sua terra natale. Fuori concorso a Venezia 82.
Il termine russo zapiski, presente anche nei titoli di canoniche opere letterarie di Dostoevskij, Gogol’ o Turgenev, è stato tradotto in italiano ora come ‘memorie’, ora come ‘diario’, ora come ‘taccuini’, ora come ‘note’ o ‘appunti’: di fatto, si tratta di una commistione di tutto ciò e, a seconda del contesto, può oscillare verso una forma testuale o un’altra tra quelle appena menzionate. La caratteristica precipua del documento scritto che si definisce zapiski è, forse, la frammentarietà e la discontinuità di annotazioni appuntate in medias res, talvolta comprensive anche di citazioni altrui o di materiali allegati, eventualmente da rileggere per fare ordine e chiarezza tra i propri ricordi, formulare delle idee o cercare ispirazione per un’opera creativa. Le Zapiski pensate per lo schermo da una notissima figura della cinematografia russofona post-sovietica come Aleksandr Rodnjanskij sono effettivamente tali, e per certi versi possono sembrare un pendant (va da sé, architettato con maggiore cura) alla pagina Instagram dello stesso Rodnjanskij, seguitissima, specie dopo l’inizio dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, da un folto numero di followers che apprezzano le acute e appassionate riflessioni sull’attualità e sulle zone d’ombra del passato, condivise e debitamente corredate da foto e video.
Rodnjanskij, coadiuvato in questa produzione ucraino-americana dal giovane cineasta ucraino Andrij Alferov, anche qui alterna in modo non lineare passato e presente, saltando da un’annata a un’altra e da un evento a un altro, preoccupandosi però di non far perdere allo spettatore il bandolo della matassa grazie a opportune didascalie e alla propria voice over di narratore e commentatore. Il filo rosso sono le ‘terre di sangue’, per citare il celebre epiteto che lo storico Timothy Snyder ha coniato per l’Ucraina: Rodnjanskij intreccia la propria vicenda familiare di intellettuale ebreo ucraino ad alcune delle tragedie del Novecento e del nuovo millennio (l’eccidio nazista di Babij Jar e la sua mancata commemorazione da parte dei vertici sovietici, le repressioni dei dissidenti ucraini – come il padre e il nonno di Rodnjanskij – negli anni ’60, la catastrofe di Chernobyl, per arrivare alla guerra su larga scala di oggi, che ha toccato da vicino il figlio e molti amici del produttore e regista). Portavoce di tali tragedie si fanno anche altre figure intercettate dalla macchina da presa (oppure rintracciate negli archivi, tramite contatti nell’esercito o semplicemente su Internet, come nel caso dei tanti soldati ucraini che documentano il conflitto in corso usando semplicemente smartphone e social in quella che è stata definita la prima ‘guerra online’ della storia).
L’intento è senz’altro lodevole e meritevole di attenzione, ma il risultato, purtroppo, sembra esacerbare il carattere frammentario e talvolta non consequenziale intrinseco alle zapiski di cui sopra, che in un lungometraggio può suscitare maggiori perplessità rispetto che su una pagina Instagram: certi episodi (soprattutto quelli incentrati sui soldati ucraini al fronte, o sui prigionieri di guerra russi) sono troppo sbilanciati rispetto ad altri in termini di spazio a loro dedicato; le figure messe a fuoco paiono troppo eterogenee e qui e lì slegate tra loro e dall’esperienza dello stesso Rodnjanskij; intrigante, ma anch’esso non perfettamente integrato al resto, è l’inserimento di stralci di documentari del maestro di Rodnjanskij, Feliks Sobolev (sottile osservatore dell’umanità con la lucidità di un entomologo capace di carpirne i meccanismi psicologici di adattamento all’ambiente sociale, e allo stesso tempo fiducioso nella vitalità positiva della nostra specie).
Forse sarebbe stato meglio se Rodnjanskij, che ha alle spalle una biografia di notevole peso e interesse (è stato il produttore di successi globali del cinema russo d’autore come diversi film di Andrej Zvjagincev, ma anche di blockbuster di non minore successo nella Russia di fine anni ’90-inizio anni 2000) si fosse concentrato unicamente su di sé, o al massimo sul proprio retroterra familiare. Peraltro, di Rodnjanskij è anche un eccellente volume che potremmo definire di ‘saggistica autobiografica’, Neljubov’. O putinskoj Rossii v devjati fil’mach (Non-amore. La Russia di Putin in nove film, 2024), in cui, ripercorrendo la propria carriera in Russia, l’autore delinea e sottolinea i progressivi mutamenti ideologici e sociali in corso, riflessi tanto nel contenuto dei film da lui stesso prodotti, quanto, soprattutto, nella loro ricezione da parte del pubblico e del Cremlino: riproporre Non-amore, che è davvero molto ben strutturato e avvicente, sotto forma di documentario potrebbe rivelarsi un progetto di maggiore incisività.
Ad ogni modo, in questi giorni non può sfuggire come non solo nelle Zapiski di Rodnjanskij, ma in tutti i film, sia documentari che di fiction, presentati a Venezia 82 e in qualche modo connessi con la Russia (per via dell’origine dei loro autori o delle tematiche trattate), siano centrali i traumi dell’epoca sovietica che, non elaborati, si trasmettono di generazione in generazione (come in Memory di Vladlena Sandu); le guerre dell’era post sovietica come quella cecena (ancora una volta Memory, ma anche Short Summer di Nastia Korka); la complicata transizione degli anni ’90 e gli scontri latenti che la dissoluzione dell’URSS ha fatto incubare e poi deflagrare (come vediamo anche nel Mago del Cremlino di Olivier Assayas, in cui è peraltro significativo il ruolo di emittenti private poi imbrigliate dal governo – e Rodnjanskij, a suo tempo, è stato uno dei demiurghi della tv commerciale russa). La prospettiva autobiografica intrecciata alla narrazione della Storia è ovviamente anche il fulcro della stratificata epopea documentaristica Director’s diary di Aleksandr Sokurov, che abbraccia tutto il secondo Novecento. La sensazione è che la guerra tuttora in corso in Ucraina, con le sue terribili ripercussioni a livello globale, spinga (e non potrebbe essere altrimenti) a porsi in modo ossessivo-compulsivo la proverbiale domanda dell’intelligencija russa da due secoli a questa parte, ovvero “Di chi è la colpa?”. Scavare nel passato recente e parlarne a cuore aperto dovrebbe permettere, oltre che di conservare una memoria non annebbiata dai fumi dell’ideologia, quantomeno di raccogliere materiale per formulare un’eventuale risposta e agire di conseguenza.
L’altro ‘taccuino’ sugli schermi del Lido in questi giorni era appunto quello del decano del cinema russo Sokurov: nel suo caso si trattava, logicamente, della zapisnaja knižka (appunto più ‘taccuino’ che diary come recita il titolo internazionale) ‘di un regista’, mentre le zapiski di Rodnjanskij appartengono a un ‘vero criminale’: Rodnjanskij inganna lo spettatore che fosse venuto a vedere il suo film ‘a scatola chiusa’ e si aspettasse la confessione di un assassino o di un terrorista. Con non poca autoironia, il produttore e regista gioca con il proprio status di ‘agente straniero’ ufficialmente ricercato dalla polizia in quanto soggetto pericoloso per la sua posizione antibellica e critica nei confronti del Cremlino, il che, ovviamente, rende anche lo schietto documentario in questione un gesto sovversivo teoricamente perseguibile a norma di legge nella Federazione russa: un altro segno dei tempi e tassello nella costruzione della sfrangiata identità di un ebreo kyiviano DOC poi trapiantato a Mosca e ora apolide.










