1938. Mentre la Germania nazista annette i Sudeti e si prepara ad invadere la Polonia, la giovane Repubblica lituana festeggia i suoi primi 20 anni di fragile esistenza, stretta nella morsa di “vicini” ben più potenti e minacciosi. In un’atmosfera tesa stemperata a fatica dai vertici del governo e dell’esercito, un brillante e fantasioso geografo elabora un folle progetto per poter garantire al proprio paese un nuovo “posto al sole” oltreoceano, senza prestare attenzione al graduale disgregarsi del suo microcosmo familiare…

All’interno dell’attuale spazio comunitario europeo, i paesi baltici sono senz’altro terre incognite ai più. Si sa infatti ben poco della storia e delle specificità di Estonia, Lettonia e Lituania: al massimo, siamo al corrente che fino al 1991 erano parte dell’Unione Sovietica e che, una volta raggiunta l’indipendenza pacificamente e senza particolari scosse traumatiche, hanno avviato e concluso con successo un paziente processo di integrazione nell’UE. A maggior ragione non possiamo che accogliere positivamente il debutto di un giovane regista lituano (il trentaduenne Karolis Karupinis, qui al suo primo lungometraggio) che sceglie di raccontarci un momento cruciale della storia del proprio paese nel “Secolo breve”, in concomitanza con eventi tragici per l’Europa nel suo insieme che, invece, tutti noi ricordiamo dai manuali di storia. E con implicazioni di più ampio respiro rispetto a quanto potrebbe sembrare da questa premessa.

Fin dall’inizio vediamo che la Lituania all’altezza della Conferenza di Monaco non è che una delle tante giovani democrazie sorte in seguito alla ridefinizione dei confini post-prima Guerra mondiale. È una piccola terra di frontiera priva di difese naturali, scarsamente popolata, accerchiata da grandi e minacciose potenze come la Germania hitleriana e l’URSS di Stalin; come se non bastasse, la fragile identità linguistica e nazionale lituana è minata da consistenti minoranze polacche. A questo proposito, quelli che (incluso chi scrive) non si fossero mai concentrati sui prodromi della Seconda guerra mondiale a latitudini baltiche, potrebbero restare sorpresi dalla strategia geopolitica polacca: siamo infatti abituati a considerare la Polonia una vittima inerme del disumano Drang nach Osten del Terzo Reich, ma in realtà neanche Varsavia era rimasta immune dall’aggressivo virus nazionalista ed espansionista nell’ambiguo periodo tra le due guerre, occupando sin dal 1920 la zona della capitale lituana Vilnius – o la polacca Wilno? Sembrano profilarsi all’orizzonte dei vaghi piani di rinascita del glorioso Regno polacco-lituano di secoli prima…

Su questo sfondo si apre il film: la capitale lituana è stata spostata nella città universitaria di Kaunas; i vertici politici assistono preoccupati ai nuovi sviluppi della politica del Vecchio Continente; un presidente di finzione ma non per questo meno realistico, con i suoi antiquati baffoni da Kaiser e la sua poca lungimiranza nell’interpretare il nuovo corso degli eventi dell’epoca, e un primo ministro – Jonas Cernius, realmente esistito – malato di cuore e schiacciato dal peso delle responsabilità compiono goffi tentativi per consolidare l’unità nazionale e le capacità di difesa del loro piccolo paese (proprio con un discorso patriottico ai nuovi ufficiali delle Forze armate si apre, con una sottile patina di satira, il film). Nondimeno, la capitolazione sembra inevitabile.

Per elaborare un piano B sarà necessaria la fantasia dalle tinte utopiche di un geografo a suo modo geniale (ma con la testa altrove, a tal punto da non notare come in casa sua sia in atto una riproduzione in scala della tragedia incombente sul paese, tra sterilità di coppia e invasioni dello spazio domestico da parte di un’autoritaria suocera). Il geografo Kazys Pakstas (qui ribattezzato Feliksas Gruodis) è realmente esistito e davvero, dopo molteplici spedizioni in tutto il globo, studiò la possibilità di dare forma a una sorta di “colonia d’oltremare”, non scimmiottando le azioni imperialiste dei paesi con una tradizione coloniale (o anche dell’Italia di Mussolini…) ma, piuttosto, ricavandosi uno spazio su un’isola incontaminata, dove poter “partire da zero” nel caso di un annientamento diretto della statalità lituana. Non con le armi, ma con il contributo delle élites intellettuali, scienziati in primis. Ovviamente, nessuna “Nuova Lituania” vide mai la luce – se mai, fu istituito un nuovo Stato chiamato Repubblica socialista sovietica di Lituania.

La ricostruzione di un’epoca rappresentata in miriadi di film, ma vista da questa peculiare angolazione geografica e attraverso il filtro dei piani di un bizzarro protagonista è rigorosa e appassionante. Come leggiamo in un’intervista con Kaupinis, il ricorso a un elegante bianco e nero è stata una scelta registica obbligata, dettata dalle difficoltà tecniche che avrebbe comportato una giusta gradazione del colore negli interni dei palazzi in stile liberty di Kaunas. Scelta obbligata ma vincente: e non solo perché, come già dimostrato da molti lavori sempre ambientati a metà Novecento (di recente spiccano senz’altro, ad esempio, quelli di Pawel Pawlikoski), in questo modo il richiamo alle raffinate creazioni cinematografiche di quella stessa epoca è efficacemente funzionale ad una completa immersione nel periodo; va da sé, poi, che il bianco e nero esalta anche le capacità mimetiche degli attori lituani, convincenti nelle movenze e nella mimica e perfettamente a loro agio in panni di ottant’anni fa, all’interno di salotti borghesi che nel giro di poco saranno requisiti e razziati dalle truppe sovietiche (è cosa nota come, dopo il 1941, le élites politiche e accademiche di Kaunas siano state in buona parte deportate in modo da scongiurare una possibile ricostituzione delle strutture repubblicane del 1918-1941 – persino nell’isola deserta vagheggiata da Pakstas-Gruodis…).

Ma, cosa più importante, il bianco e nero evidenzia ancor di più il contrasto tra esterni ed interni, tra chiari e scuri (con l’elemento scuro che gradualmente prevale), tra le utopie di Feliksas e i tempi bui di là da venire, tra la superficie sconfinata del Mar Baltico o delle terre esotiche visitate dal geografo e le stanze del potere sui cui tavoli vengono svolte trattative e ridisegnati nuovi confini. Nonostante il preludio “marziale”, la Lituania non ha infatti perseguito una politica militare né aggressiva né difensiva, prediligendo un’attività diplomatica perlopiù “a porte chiuse” nei confronti tanto della Polonia, quanto della Germania e dell’URSS – il che è un riflesso in piccolo dell’atteggiamento delle potenze europee occidentali a Monaco nel 1938.

Così, alla pari della famiglia di Feliksas, la Lituania si smembra pezzo dopo pezzo, fino a permettere l’ingresso di 20000 soldati sovietici nel suo territorio in cambio – “contentino” da campagna elettorale per far felici i patrioti lituani – della Vilnius tolta ai polacchi in seguito al patto Molotov-Ribbentrop: un altro dettaglio storico ignoto ai più, di cui veniamo a conoscenza in chiusura durante un dialogo tra il presidente poco lungimirante e un generale sfinito dopo nottate di trattative a Mosca, che getta una nuova, amara luce sui fatti dell’epoca e sulla seconda metà del secolo, quando la Lituania sarà la periferia dell’Impero sovietico.

La difficoltà dei “piccoli popoli” ad affermare la propria identità; la fluidità dei confini di Stati privi di una secolare esistenza come nazioni; le ambizioni geopolitiche di attori più potenti sullo scacchiere mondiale; la ricerca altrove di nuovi spazi da esplorare e fare propri; le spinte migratorie da aree più densamente popolate: elementi nodali per l’Europa tanto di ieri quanto di oggi, su cui non possiamo che riflettere durante la visione di Nova Lituania. E su cui probabilmente potremo riflettere anche guardando il film che Kaupinis ha attualmente in cantiere – un altro excursus su un momento storico di cesura, questa volta dedicato agli ultimi momenti della Lituania sovietica alla vigilia dell’indipendenza del 1991.