A distanza di otto anni dal raffinato Zama, Lucrecia Martel ritorna a Venezia per presentare il suo primo lavoro di non-fiction, da esso tanto distante nella forma quanto vicino nello spirito, ritornando a parlare della storia postcoloniale contemporanea dell’Argentina e di cosa significa colonialismo oggigiorno. Inizialmente intitolato Chocobar e concluso solo in seguito a numerosi ripensamenti e differenti tentativi di montaggio, il documentario s’è progressivamente allontanato dalla sua vocazione d’inchiesta sociopolitica e ha finito per sposare una linea meno codificata che gira intorno non alla ricostruzione del caso in sé ma al quadro più grande in cui tutto è circoscritto: di chi è la terra?

Nel 2009 Javier Chocobar, naturale leader della comunità indigena Chuschagasta, viene ucciso dall’ex poliziotto sporco (comando Atila…) e ora proprietario terriero Darío Amín, con la complicità di due vecchi colleghi. L’obiettivo dei tre era scacciare la comunità nativa dalla terra che abitano da quasi 400 anni per recuperare una cava mineraria locata nel centro del loro territorio. E questo è un fatto, c’è pure un video che certifica la veridicità di questo resoconto in maniera fin troppo esplicita. E perché allora per istruire il processo sono stati necessari nove anni? Essenzialmente per via del fatto che l’omicidio di Chocobar non è mai stato il centro nevralgico della questione: l’intera vicenda, che precede tanto quest’ultimo quanto Amín e tutti gli altri personaggi che possiamo conoscere in Landmarks (in originale Nuestra tierra), riguarda ovviamente la presenza resistente delle comunità indigene sul suolo argentino, che sottrae territorio allo sfruttamento e offre riparo a centinaia di anime che lo Stato sarebbe ben felice di relegare nelle periferie submetripolitane per ingrossare le fila della manodopera a basso costo.

Proprio contro la statualità Martel orienta il suo arsenale speculativo, scartando di lato rispetto a qualsiasi legittimazione del conflitto, che viene riorientato su un piano strettamente verticale e quasi rifiuta la dimensionalità politica; così com’è verticale l’approccio della regista alla terra, ripresa perlopiù dall’alto, abusando apertamente delle tecniche di ripresa tramite drone. Niente proteste, nessuna manifestazione. Dall’alto, molto in alto, l’umano diviene semplicemente parte del paesaggio, senza dominarlo né geograficamente né razionalmente. La terra è protagonista, le immense distese di appezzamenti coltivati ridefiniscono le proporzioni di significato tra le due realtà mostrateci: da un lato un grottesco edificio di menzogne che cercano di minare il naturale diritto all’abitare dei Chuschagasta, cui non vengono de facto riconosciuti diritti come untermenschen, pur di cancellarli come entità culturale, e dall’altro la realtà naïf della vita contadina di queste poche centinaia di anime sprovviste persino della facoltà di comprendere la ragione o il contesto dietro i soprusi sistematici cui vengono sottoposti.

Lo stesso farsesco processo, circense come solo la giustizia dell’America Latina sa essere, vede gli avvocati della difesa evocare continuamente la necessità di ritornare ai fatti salvo disattendere continuamente i propri propositi perché l’unica strategia di difesa non può che essere invalidare, e non solo giuridicamente, il diritto a esistere come tale della comunità indigena. Il processo non riguarda i tre poliziotti, ma un’iterazione della battaglia, combattuta peraltro su un solo fronte e da un solo contendente, dello Stato argentino contro i Chuschagasta e quanti a loro affini. L’autrice de La ciénaga sceglie di fare la medesima cosa: rifiutare lo scontro. Non smentisce mai, lasciandole a se stesse, le falsità di cui l’aula del tribunale si fa cassa di risonanza, se non verso la fine con qualche sofisticheria di montaggio all’insegna del sarcasmo, e sceglie piuttosto di concentrarsi sulla memoria collettiva della comunità. Le foto (di cui Chocobar era innamorato), i ricordi dei membri più anziani, le tradizioni orali, la musica e il lavoro che scandiscono le loro più rozze che bucoliche giornate, senza tuttavia idealizzare questa vita, anzi. Però vi coglie un germe di autenticità, un’idea possibile di vita in comune, di mitsein in armonia con gli altri oltre gli infingimenti che vengono individuati nella statualità made-in-Argentina, una parodia deforme del vivere sociale fondata su presupposti di sfruttamento e soperchieria, una nazione che non è e non sarà mai tale e proprio perciò s’accende di nazionalismo, inventando le sue tradizioni e manipolando quanto si oppone al grezzo storytelling di stato.

Film anarcoide più che genuinamente anarchico come invece è il cinema Sylvain George, Landmarks recupera in parte echi della grammatica finzionale che contraddistingue la misurata carriera di Lucrecia Martel, si adagia su un piano vagamente metafisico, ancora più lontano dalla dimensione terrena (ironico, nevvero?) per accedere a una che potremmo definire terreste, che sfocia in un’esplosione lirica quando un volatile colpisce il drone e questo inizia a precipitare tracciando archi ubriachi nel cielo, stravolgendo ogni possibile prospettiva e riprendendo quindi il video dove, nella concitazione del momento, dopo che Chocobar viene colpito a morte, la videocamera cade e inizia a rotolare tra le rocce obbligandoci ad ascoltare le urla, di agitazione e di dolore, di chi sta esperendo l’evento: il più atroce dei fuori campo.

E nonostante il finale di innegabile potenza narrativa capace di recuperare la portata drammatico-patetica da cui un doc dovrebbe essere estromesso, il segmento più riuscito nella sapiente costruzione di Nuestra tierra è quello in cui un insegnante di origine Chuschagasta, anomalmente istruito ed emancipato dal fisiologico fenomeno di autosegregazione, viene messo di fronte alle contraddizioni tra la storia (minuscola d’obbligo) che deve insegnare, quella dei programmi nazionali contaminati dagli interessi particolari della cleptocrazia alla testa del Paese, facilmente smentibile e financo parossistica, e quella che conosce meglio di tutti, e che Lucrecia Martel è riuscita a raccontare con il suo primo – e speriamo, giunti a questo punto, non anche ultimo – documentario.

Un documentario dall’anima irregolare e sognatrice, la cui spontanea inclinazione, sia beninteso, non è nemmeno rendere giustizia al povero Javier Chocobar (ignaro del ruolo che gioca) né perforare la rete di favolette su cui si fonda la nozione stessa di “Argentina”, ma gettare, per quanto in modo limitato a un contesto caratteristico, uno sguardo oltre la forma-stato, verso un futuro possibile, dalla terra alla Terra. Nel finale di Landmarks si scorge appena la punta di una riflessione così ampia da sovrastare ampiamente qualche perplessità scaturita dalla sua componente più acerba. Là dove cresce la temerarietà si trova anche non poca confusione, e il senso di incompletezza che talvolta pare trasparire dal film trova un felice incastro nella poetica marteliana, di cui non rappresenta certo un’eccezione ed è a ogni titolo parte integrante. A buon rendere.