Le conoscenze possono rivelarsi un’arma a doppio taglio se non si hanno le chiavi giuste per interpretarle e una guida che ti aiuta a indirizzarle. Ursula Meier in Journale de ma tête realizza una storia di persone infelici che cercando nella letteratura una pace finiscono per tradirne il senso, usandolo come giustificazione al dolore della vita.

La vicenda segue le conseguenze dell’assassinio dei genitori per opera di Benjamin Feller, un diciottenne introverso che solo nella professoressa di francese vedeva un anima capace di comprenderlo. Proprio a lei è indirizzato l’ultimo gesto compiuto prima dell’omicidio: un diario nella quale racconta gli eventi e i sentimenti che l’hanno accompagnato fino all’orribile gesto. Seppur involontariamente, questo gesto mette sotto indagine la professoressa, accusata di aver influenzato il giovane attraverso la letteratura, incoraggiandolo a scrivere su carta pensieri che dopo quel gesto vengono riletti alla luce dei tormenti del ragazzo.

Meier sceglie di raccontare questa storia dando uno spazio equivalente ai due protagonisti, trattando il loro legame come se fosse una condanna per entrambi. Concentrandosi più sulle conseguenze che sul movente, la storia segue le vicende del ragazzo (interpretato da un ottimo Kacey Mottet-Klein, alla terza collaborazione con Meier) che non sembra scalfito dagli eventi esterni, turbato dal caos della gente che solo la solitudine può spegnere. La professoressa vive la situazione contraria, una società che l’attacca mentre la sua anima è schiacciata dai sensi di colpa per un omicidio di cui ha sentito il rumore senza comprenderlo, soffrendo per un indagine che l’accusa sul rapporto con il suo unico amore: la letteratura. Se nel ragazzo l’omicidio è un modo per fuggire e rinchiudersi nella pace della solitudine, per la donna il tragico evento costringe a confrontarsi con drammi ignorati e repressi, alla quale non riesce a trovare pace.

Raccontando due personalità agli antipodi con pregevole sensibilità, Ursula Meier si serve di un vero evento che come gli altri episodi di Ondes de choc ha sconvolto la Svizzera, per raccontare i due volti della solitudine. Il rapporto tra letteratura e lettore, insegnante e allievo, madre e figlio, sono calcati con forza, portando lo spettatore a riflettere continuamente sui drammi di una arte che perde il senso di esistere se forzata per un’idea personale.

Recensione di Luigi Giacomazzi