Teorizzate da Freud, sono Eros e Thanatos le due pulsioni primordiali che conducono una battaglia all’ultimo sangue nella psiche umana. Lungi dall’essere contrapposte, esse sono in realtà due facce della stessa medaglia, più veloce al ribaltamento di quanto non sembri. Mastro Shakespeare lo sapeva bene. E se in Romeo e Giulietta Morte sopraggiunge per la convinzione fallace – crudele scherzo del destino – di non poter più amare, in Otello le due facce albergano insieme nel cuore del Moro in una climax ascendente progressivamente sempre più a favore di Morte. Convivenza sublimata dall’immagine del Moro che uccide il suo Amore, lo bacia e poi muore egli stesso (“kiss” and “kill”).

È toccato ad Eros aprire il sipario sull’Otello (più shakespeariano che verdiano) andato in scena domenica 11 agosto al teatro open air di Trapani per la 71° stagione lirica dell’Ente Luglio Musicale Trapanese. Il nuovo allestimento curato dal regista Andrea Cigni sposta la vicenda in una caserma fascista, con tutto l’immaginario cameratistico che questo comporta. Il mormorio del pubblico che un po’ sussulta – ma neanche tanto – alla vista di due bei soldatoni sotto la doccia in nudo integrale, è l’unica reazione a una regia preannunciata come “hard” e che invece scorre liscia senza scandali dall’inizio alla fine su una piattaforma girevole, bella trovata dello scenografo Tommaso Lagattolla.

L’omosessualità latente dei soldati è palese, così come quella di Jago, che nei confronti di Otello è sì mosso da vendetta per la mancata promozione, ma forse anche da altro, ben più forte, sentimento. Lo spiega bene Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo saggio su Otello, dal quale Cigni dichiaratamente prende spunto. Poco o nulla ha questo Jago dello spietato, cinico mostro nel quale lo trasformano Verdi e Boito. È solo un uomo che cerca di riscattare la propria mediocrità creando scompiglio e dolore.

Dal punto di vista musicale emerge sempre l’ottimo Coro, vero fiore all’occhiello dell’Ente Luglio Musicale, diretto da Fabio Modica: bei colori, ottima interpretazione e pathos. La direzione di Andrea Certa scorre su una tavolozza espressiva non ricchissima di dinamiche, ma di buona concertazione. Cast vocale di rilievo, soprattutto Angelo Veccia, che restituisce uno Jago credibile e di buona presenza scenica, e Francesca Sassu, Desdemona pulita, brava attrice, fisicamente in grado di reggere gli strattoni e le ripetute spinte del marito, poco sottomessa, lottatrice, nonostante la tragica fine che sa attenderla. Otello, interpretato dal navigato Kristian Benedikt, è innanzitutto bianco, e questa è una delle cose più interessanti dello spettacolo (sempre da Tomasi di Lampedusa). Vocalmente un po’ troppo affettato, ma ben intonato e pulito in alcuni passaggi chiave (come nel “Dio, mi potevi scagliar”). Buona anche la prova di Simona Di Capua (Emilia), che si distingue positivamente tra i comprimari. Alla fine applausi per tutti, con buona pace di quella (piccola) parte di pubblico disturbata dagli scultorei fondoschiena.

Le foto sono di Giovanna Vacirca