Vitek, ceco sui quarantacinque anni, un tempo era una specie di hippy e ora è consulente finanziario, ma non per questo meno appassionato di yoga, meditazione e karma positivo. Il suo atteggiamento sereno e solare non viene mai meno, neanche quando parte in macchina con il figlio adolescente Grisha in direzione Mosca, dove spera di riuscire a contattare l’ex moglie russa che ha rotto ogni rapporto con lui e a rivedere la figlia minore rimasta con la madre. Il lungo viaggio sarà un’occasione per riflettere sul rapporto che lega padre e figlio e sulla storia della loro famiglia, sullo sfondo di luoghi d’origine che non potrebbero essere piu’ diversi…

La storia vera dell’ex hippy ceco Vitek avrebbe potuto essere trasformata, sullo schermo, in un melodramma familiare, eventualmente suscettibile di cadute nel patetico o nel cattivo gusto. Se ne deve essere accorto anche il regista Martin Mareček, quando, dopo aver elaborato e scritto un corposo copione proprio con l’idea di girare un film di finzione che abbracciasse vent’anni di vita di Vitek e della sua famiglia ceco-russa, ha invece poi optato per una restituzione di quanto accaduto a questo curioso personaggio e a suo figlio senza drammatizzazioni dei fatti o invadenti filtri artistici. Complice l’amicizia che ormai da diversi anni lo lega a Vitek e la conseguente fiducia reciproca, il regista ha potuto infatti seguirlo da vicino, una videocamera digitale alla mano e due collaboratori (un cameraman e un tecnico del suono) molto discreti a fianco. In questo viaggio tanto geografico quanto introspettivo, i fatti passati ci vengono raccontati pian piano tramite dialoghi estemporanei, frammenti di vecchie riprese video amatoriali di famiglia, parole commoventi scritte che, nel suo russo non scevro da piccole imprecisioni e calchi dal ceco, Vitek scrive alla figlia in una lettera forse destinata a non essere mai recapitata.

Il risultato è un’interessante variazione sul tipico tema del road movie dove due parenti stretti, uno al volante e l’altro seduto a fianco, imparano pian piano a conoscersi meglio, tra incontri curiosi, peripezie in luoghi piu’ o meno esotici, circostanze misteriose (e nemmeno qui, a un certo punto, manca un soggetto vagamente “giallo”). La differenza è che si tratta di una strada realmente percorsa e di due protagonisti che davvero in questo modo, nonostante gli alti e i bassi, hanno potuto condividere un’esperienza capace di unirli, al di là dell’iniziale broncio e della chiusura ermetica – suggellata dagli auricolari con la musica a tutto volume – dell’adolescente Grisha.

Peraltro, le implicazioni di questo Over the Hills vanno ben oltre il nucleo familiare osservato e il rapporto tra un padre simpatico ma un po’ stravagante che ha cresciuto il figlio da solo e un figlio in piena pubertà, ansioso di dimostrare la propria autonomia e dunque ben poco incline al dialogo o al compromesso. Il titolo originale Dalava sta infatti per “grande distanza”, e non ci si riferisce solo all’abisso scavato tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fratello e sorella. La “grande distanza” è quella percorsa in macchina tra Brno e la regione di Mosca: migliaia di chilometri che dividono due paesi uniti dalla comune denominazione di “slavi” nella vulgata generale, ma lontanissimi, nonostante le lingue appartenenti a uno stesso ceppo, per tradizioni, costumi, valori, storia passata e recente.

Cosa succede quando le vie di questi due paesi si intersecano? Il ceco Vitek e la russa Vera erano evidentemente due giovani che negli anni ’90, all’indomani della fine del Patto di Varsavia, si erano lasciati coinvolgere entrambi dalla passione per le discipline orientali e il misticismo, molto di moda in quel periodo nei paesi ex socialisti. Col tempo però il primo avrebbe optato, piu’ pragmaticamente, per una carriera nel settore finanziario, mentre la seconda avrebbe saziato la sua fame di assoluto ritornando nell’alveo della religione ortodossa. Se, nell’ottica di Vera, Vitek si sarebbe chiuso in un angusto spazio materialista e piccolo-borghese (di marca mitteleuropea, ci verrebbe da dire), Vera avrebbe invece virato verso l’irrazionale radicalismo di chi aborre l’inautenticità dei compromessi (una forma mentis senz’altro tipica piu’ dei russi che degli europei – e volendo fare mera statistica potremmo dire che simili involuzioni dei rapporti di coppia sono purtroppo molto diffuse nella Russia di oggi, dove si propende, poco diplomaticamente, per gli eccessi: genitori che abbandonano i figli rifiutando ogni tipo di contatto in seguito, e casi in cui un genitore nega categoricamente i figli all’altro genitore, come succede a Vitek e Vera, sono davvero frequenti).

La profonda diversità tra Repubblica Ceca e Russia emerge man mano che Vitek e Grisha si allontanano da un paese per inoltrarsi nell’altro: la notiamo nei paesaggi, nella conformazione delle strade, nell’architettura delle case, nella mimica delle persone, nello spazio del monastero ortodosso di provincia affollato di ecclesiastici e devoti, osservato con rispetto ma con un certo scetticismo dai piu’ razionali e laici visitatori cechi – specie per quanto riguarda Grisha, che parla solo un russo stentato e con la sua schiettezza da quindicenne sostiene di aver scelto di restare con il padre solo perché preferiva una vita in Repubblica Ceca a una vita “in culo al mondo”.

Il trait d’union tra questi due spazi apparentemente antitetici è Vitek, “pesce fuor d’acqua” tra i russi ma a suo agio nel parlare russo (e persino nell’improvvisare, insieme a due vecchi amici, un pezzo polifonico del folclore contadino), fedele a una scala di valori costruita in anni di maturazione ed esperienze diverse, ma anche conciliante nei confronti delle derive ideologiche dell’ex moglie. Il suo tentativo, frustrato ma mai accantonato, di ricucire un rapporto con la figlia cresciuta in Russia sembra un modo di riscoprire un’identità familiare composita in cui si fondano armoniosamente due lingue e due culture e in cui venga finalmente colmata la lontananza che le divide. Noi spettatori non sappiamo se la lettera alla dodicenne Arina sia arrivata a destinazione, ma certo ci auguriamo che Vitek, capace di vedere il mondo alla rovescia mentre esegue per lunghi minuti complicati asana dello yoga a testa in giu’, non rinunci a perseguire pazientemente il suo obiettivo.