In un angolo senza tempo della steppa kazaka vivono, insieme ai genitori, cinque fratelli. Il maggiore, il tredicenne Aslan, viene istruito dal padre a fare già le veci di severo capofamiglia. L’arrivo di un misterioso cugino dalla città, che porta con sé tutti i prodigi tecnologici del mondo moderno, fa vacillare gli equilibri di un microcosmo familiare che Aslan si sente così chiamato a difendere…
C’erano una volta, in una casa di pietre e argilla nel bel mezzo di una steppa sconfinata, cinque fratellini. L’incipit di The River fa effettivamente pensare a una fiaba, o addirittura a una parabola biblica: un quadro arcaico senza tempo entro cui si muovono cinque bambini vestiti tutti uguali. I loro abiti in tela di sacco si confondono tra il colore ocra della casa dove vivono con i genitori e della steppa tutto attorno, circondata da imponenti massi e da un fiume che isolano il microcosmo familiare dal resto del mondo. I bambini giocano a giochi anch’essi senza tempo come nascondino o guardie e ladri, ma soprattutto faticano per coltivare la poco generosa terra kazaka ed allevare le bestie che poi il padre venderà al mercato della città vicina.
Come vuole la tradizione, il maggiore, Aslan, sarà il futuro capofamiglia: motivo per cui è lui a fare da intermediario tra il padre e i fratelli in modo che gli ordini del primo vengano prontamente eseguiti dai secondi, pena severi castighi corporali. Nel frattempo, però, gli altri fratelli crescono, provano a ribellarsi, cercano una loro autonomia al di fuori di questo aspro focolare domestico (a poco vale la maggiore dolcezza della madre intenta, in cucina, a preparare la tipica zuppa centrasiatica con cui nutre la sua numerosa prole), la cui frontiera è un fiume dove i cinque si recano, di nascosto dal padre, per nuotare e giocare liberi, senza però spingersi mai fino alla riva opposta. Non a caso, proprio in questo fiume (immagine che peraltro, come ha sostenuto il regista stesso, è stata la prima fonte di ispirazione per il film, scaturito dalla voglia di esprimere l’immensa felicità provata da Baigazin bambino nel nuotare in un corso d’acqua vicino a casa) si perderà l’“elemento di disturbo” venuto da fuori: l’inquietante cugino Kanat irrompe nella scena color ocra con le fattezze di un luccicante alieno o di un visitatore approdato direttamente dal futuro (ma in realtà ha solo un tablet alla mano e uno skateboard elettrico ai piedi) e non a caso si esprime unicamente in russo, la lingua della città “colonizzata” dall’esterno contrapposta al kazako della famiglia nella steppa, mai raggiunta fino in fondo dalla “civilizzazione” urbana e straniera.
Questa creatura misteriosa non potrà che aprire uno squarcio doloroso nell’atavica realtà pazientemente creata dal pater familias e trasmessa in eredità ad Aslan – Aslan che teme a tal punto di non eseguire il compito assegnatogli da ricorrere a una severità ancor maggiore di quella paterna, con conseguenta esplosione dei primi, seri conflitti tra fratelli…
Il trentaduenne kazako Baigazin prosegue sulla stessa falsariga dei precedenti film della cosiddetta “Trilogia di Aslan” (dove i protagonisti di nome Aslan non sono però legati tra loro se non dall’età): sia in Lezioni di armonia che ne L’angelo ferito, presentati con successo a Berlino negli ultimi anni, avevamo incontrato ragazzi kazaki di circa 13 anni impegnati a fare i conti con la loro crescita e con la definizione della propria personalità in un contesto perlopiù crudo e ostile.
Dal primo all’ultimo capitolo di questa ideale trilogia, però, le atmosfere si sono rarefatte: se in Lezioni di armonia era rappresentato con non poco realismo il contesto di una scuola media-specchio in scala minore di una società kazaka odierna violenta e corrotta, se ne L’angelo ferito, nonostante le tendenze estetizzanti e il simbolismo ispirato a certi quadri di primo Novecento cari al regista, era ben riconoscibile il Kazakistan immediatamente post-sovietico, con tutte le difficoltà che gli adolescenti si erano ritrovati ad affrontare tra criminalità e arretratezza economica, Il fiume, al di là dei gadget contemporanei di Kanat, è davvero, alla stregua delle fiabe, un’allegoria universale sul nucleo familiare, sul suo abbandono (o mancato abbandono), sulla costruzione della propria identità più o meno indipendentemente da esso nella fase transitoria tra pre-adolescenza e adolescenza.
Il tutto è narrato con immagini di straordinaria poesia e di bellezza lancinante (Baigazin qui è anche direttore della fotografia), che davvero esaltano la dimensione fiabesca del soggetto (indimenticabile la sequenza dove i cinque fratellini osservano, arco e frecce alla mano, il volo dei corvi sopra una roccia; o le scene in cui si sfoga la potenza degli elementi naturali, tra il vento della steppa e lo scorrere del fiume). Come nei precedenti film della trilogia, Baigazin conferma inoltre la sua eccezionale capacità di lavorare con giovanissimi attori non professionisti, ottenendo da loro risultati di sconvolgente forza espressiva: i volti ora corrucciati ora solari dei cinque fratelli e dell’efebico Kanat rimarranno sicuramente negli annali del cinema dell’Asia centrale.






