1968-2011. Fernando Aramburu si serve di una saga famigliare per raccontare la feroce guerra civile spagnola: da una parte la macchina del terrore dell’ETA per l’indipendenza basca, dall’altro lo Stato Spagnolo, con le torture in carcere; nel mezzo la vita distrutta e il dolore di due famiglie, un tempo amiche, quella dell’assassinato e quella dell’assassino.

Aramburu, classe 1959, ex docente di lingua spagnola in Germania, dopo aver lasciato l’insegnamento si è dedicato alla scrittura dei romanzi, soprattutto per ragazzi, e a diverse collaborazioni giornalistiche.
Patria è una saga brutale e austera sulla natura del perdono, sull’elaborazione intima del lutto, sui legami famigliari.

Aramburu allude solo obliquamente a una matrice storica, preferisce concentrarsi sulla psicologia dei suoi personaggi, soprattutto delle due donne protagoniste (Bittori e Miren, casalinghe la cui tempra si ripercuote su tutti i famigliari) mentre costruisce una tensione narrativa che scalpita ad ogni capitolo.

La forza narrativa di questo romanzo è merito del legame tra passato e presente costruito attraverso un uso formidabile di flashback per raccontare vividamente il legame tra azione e reazione. L’ordine cronologico classico viene annullato da una scrittura che segue il battito emotivo dei personaggi: il tempo verbale usato cede spesso il passo all’incandescenza di pensieri privati, riflessioni, ricordi. Il risultato è uno stile meticoloso. I capitoli sono brevi, urgenti nella loro intensità.
L’impossibilità di dimenticare, il bisogno del perdono. Aramburu ha dato voce ai due volti di una società arcaica attraverso due famiglie che si sono ritrovate nemiche da un giorno all’altro.

 

Fernando Aramburu, Patria, 2019, Guanda – Narratori della Fenice, pp 632, € 15