”Peacock” di Bernhard Wenger

Cosa potrebbe succedere se un uomo, giorno dopo giorno, interpretasse per lavoro la parte di un marito, di un figlio, di un allenatore alla comunicazione, “affittato” da sconosciuti? Questa è la storia di Matthias, un giovane uomo che, a furia di essere costantemente qualcun altro non riesce più a comprendere chi sia davvero. “Peacock” racconta di come la finzione possa farsi strada nella realtà, plasmando e confondendo la mente umana, scardinando i dogmi della percezione.

Questo processo viene rappresentato attraverso un’ironia straordinaria, ben distante dalla commedia all’italiana o dall’umorismo francese – trattasi infatti di una produzione austro-tedesca – e più vicina al sarcasmo nordeuropeo, ma non per questo meno godibile.

Un’opera che per molti aspetti strizza l’occhio a “The Square” dello svedese Rubén Östlund, ma senza mai perdere la propria identità ed originalità.

“Peacock” sembra muoversi in una direzione ben definita: come con una sorta di lento e costante zoom – parzialmente effettuato anche fisicamente, mediante la macchina da presa, che cattura con lo scorrere del tempo un numero sempre crescente di primi piani – il protagonista si domanda sempre più ossessivamente chi voglia essere, o diventare, ed è proprio in questa duplice possibilità che vi è il fulcro narrativo del film.

Esteticamente la psicologia di Matthias si riflette nella cura maniacale di ogni dettaglio scenografico, con un’attenzione e, ancora una volta, una sagace ironia e una non poi così velata critica nei confronti del design contemporaneo.

Le interpretazioni sono di ottimo livello e credibili, nonostante la caratterizzazione dei personaggi sia al limite del surrealismo il protagonista e coloro che orbitano attorno a lui rimangono sempre ancorati ad una, seppur sui generis, parvenza di realtà.

Altro aspetto che rapisce l’occhio è senza dubbio il colore: se le inquadrature, spesso fisse e in prospettiva centrale, ricordano alcune opere del regista svedese Roy Andersson come “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” (Leone d’oro 2014) o “Sull’infintezza” (Leone d’argento 2019), i toni vividi rivendicano con fermezza l’indipendenza da altri modelli cinematografici, citati ma mai copiati.

Un film in grado di far ridere, ma anche di riflettere su un tema sempre attuale e su altri estremamente contemporanei, formalmente elegante e ben strutturato sotto il punto di vista narrativo: una piccola chicca.

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