Ira Sachs racconta intimamente il fotografo Peter Hujar attraverso la trasposizione cinematografica di un dattiloscritto a sua volta desunto dalla registrazione su nastro – andata perduta – di un’intervista fatta dall’autrice Linda Rosenkrantz.

Siamo a New York, nel pieno degli anni ‘70: un momento in cui la città è viva, caratterizzata da grande contraddizioni ma pullulante di personalità che vivono d’arte, di cultura.

L’idea della scrittrice era raccontare una giornata intera di suoi amici parte integrante di questa fetta sociale, ventiquattro ore di gesti, alcuni dei quali apparentemente banali, per entrare nella mente di chi fa arte in un contesto così dinamico.

Il film ha una durata non troppo estesa, ma che sembra espandersi data la staticità della scena: tutto, infatti, è ambientato nell’appartamento della donna. Si tratta di un lungo dialogo tra i due. Il regista contrasta sapientemente questa stabilità con i movimenti di macchina, spesso quasi sinuosi, una costante diversificazione della luce – seppur sempre orientata verso i toni caldi – e un uso molto particolare della musica.

Oltre ad un brano pop su cui i protagonisti ballano appare solo il Requiem di Mozart, sempre in estratti brevissimi e bruscamente interrotti: sembra, dunque, che quando lo spettatore è pronto ad essere più coinvolto lo si allontani volutamente, lo si ponga in una situazione scomoda.

È un approccio che si distanzia con fermezza dal genere del biopic, quasi una presa di posizione ideologica. Questa teoria combacia anche con l’idea che cercare di raccontare un personaggio sinotticamente sia impossibile, ed allora si applica la metonimia – nella fattispecie, una parte per il tutto – al cinema, si raccontano poche ore per mostrare l’essenza vera di qualcuno.

Passata la metà del film, però, si ha la sensazione che più che di Hujar si stia sviscerando New York, se ne avverte l’atmosfera, l’energia. Ad accrescere questa sensazione la scelta – anch’essa radicale – di girare interamente in pellicola, con una sorta di filtro seppia che riporta immediatamente agli anni ‘70. Un’ulteriore prova si ha con la totale assenza di foto realizzate da Hujar, seppur spesso descritte, quasi come a voler mettere in pratica l’ecfrasi.

Un film originale, un racconto decisamente non canonico, retto con eleganza dai due attori protagonisti Ben Whishaw e Rebecca Hall, i quali appaiono credibili e ben si muovono tra una vasta gamma di emozioni.

Generando un’alternanza continua tra distacco e coinvolgimento, il film potrebbe disorientare a primo impatto, ma, una volta depositato nella memoria, sarà inserito nell’immaginario degli anni ‘70.