Peter Sohn è atterrato a Roma per raccontare le origini del suo secondo film (dopo “Il viaggio di Arlo”, 2015) il meraviglioso Elemental.


45 anni, figlio di genitori coreani immigrati in America, sposato con una donna di origini italiane, Sohn lavora alla Pixar dai tempi di Alla ricerca di Nemo (2003).

Elemental è un film personale – ci dice – che racconta in parte la vita della mia famiglia attraverso la tematica del riscatto sociale. Tutto è iniziato 7 anni fa a NY, dove ero invitato a una cerimonia per le celebrazioni delle Arti nel Bronx, dove sono  cresciuto. Dovevo tenere un discorso sul placo, e da lì ho guardato i miei genitori. Mentre parlavo ho visto come era diversificato il pubblico e ho visto la mia famiglia, loro erano commossi, e ho iniziato a commuovermi anche io e li ho ringraziati per tutti i sacrifici che hanno fatto arrivando a New York, erano senza soldi, in un paese sconosciuto, senza conoscere la lingua, e dal nulla hanno portato me e mio fratello nella condizione in cui ci trovavamo.
Quando sono tornato alla Pixar, gli amici mi hanno chiesto cosa fossi andato a fare, l’ho raccontato e loro mi hanno detto forse è arrivato il momento di fare un film”.


Come hanno accettato i suoi genitori l’idea che volesse lavorare nel mondo dell’Animazione?

“Mio padre ha accettato che facessi l’animatore solo quando ha scoperto quando prendessi di stipendio”.


Qual è stata la miccia che ha acceso poi lo sviluppo di Elemental?

“La scintilla è stata la storia d’amore. Quando la prima volta ho disegnato un personaggio di fuoco l’ho rappresentato su una barca in acqua, poi ho disegnato il personaggio acquatico. Ho pensato a mia moglie, lei è per metà italiana e mia nonna nel letto di morte prima di esalare l’ultimo respiro ha detto: ‘Sposati una coreana!’ (scena presente anche in questo Film. NdR). Questo ha influenzato molto la mia vita. Mia moglie non è coreana, e la cosa non è stata subito accettata. La domanda che ci siamo fatti in Pixar è stata: se il fuoco si innamorasse dell’acqua?”


Quale è stata l’evoluzione creativa?

“Ci sono molte culture, oltre la mia, nel film e alla Pixar. Un conto era quando ero da solo a disegnare, ma quando abbiamo messo insieme la squadra di lavoro si sono connesse tante altre storie e culture. Quello che ho cercato far sì che la cultura del Fuoco fosse quella più rumorosa, anche il linguaggio doveva essere difficile da comprendere, doveva attingere a quello del rumore all’interno di un caminetto. L’obiettivo principale era non attribuire qualcosa a una cultura particolare, ma trovare gesti, elementi che permettessero di entrare in un mondo armonioso e universale”.

Mentre per l’animazione vera e propria siete andati in Svizzera…

“Esatto. All’interno della Pixar non esisteva già un processo che permettesse di realizzare personaggi tratti dagli elementi, avevamo già animato umani, giocattoli ma nulla che potesse avvicinarsi a quello che ci serviva. Quindi abbiamo dovuto lavorare a nuove tecnologie grazie anche al Disney Research di Zurigo, dopo di che ci siamo applicati per trovare il giusto equilibrio e soprattutto per i personaggi di fuoco sono passati tre anni. Per far muovere un personaggio animato sono necessari circa 5000 controlli, ma per Ember siamo arrivati a 10000 in modo che non sembrasse avere uno scheletro, doveva apparire come fatta di gas”.



Cosa rappresenta per Lei il Cinema?

“Il Cinema ha cambiato il mio mondo, per me è fatto di persone che ridono insieme, piangono insieme, si siedano insieme in una sala. E questo sviluppa un’alchimia, crea ricordi che restano per sempre. Ho visto Dumbo con mia madre, lei non parlava inglese e quando andavamo al cinema io le traducevo i dialoghi dei film, mi ricordo soprattutto Robin Hood con Kevin Costner (lei lo adora Kevin Costner), le ho tradotto tutto. Ma l’unico film di cui non ha avuto bisogno di traduzione è stato Dumbo. Perché era rimasta colpita dalle emozioni, dalle immagini. Per questo io credo il cinema possa cambiare il mondo”.