Pietro Tessarin racconta Wagner e l’Occidente

    Non è affatto scontato che un libro dedicato a Richard Wagner proponga una lettura scorrevole e appassionante. È il caso però di Il mito e il sacro in Richard Wagner. Sacrificio e redenzione nell’Opera d’arte totale (Zecchini Editore, 2019). Il suo autore, Pietro Tessarin, riesce a coniugare la sua profonda conoscenza della materia trattata con il grande amore per il genio di Lipsia.

    Il volume, in realtà, parte dall’analisi dei presupposti fondanti della cultura occidentale, attraverso le illuminanti chiavi di lettura di René Girard, grazie alle quali viene sviluppato un percorso all’interno di concetti fondamentali quali ‘tragedia’, ‘sacrificio’ e ‘capro espiatorio’. Il tutto suffragato dalla lettura (post-)girardiana di un filosofo di chiara fama come Giuseppe Fornari, che nell’ultima sezione della prima parte offre anche un’intervista ricca di spunti.

    La seconda parte è invece incentrata sull’opera (e sul pensiero) di Wagner, dalla contestualizzazione di termini fondamentali come ‘mito’ e ‘sacro’ all’ipotesi vincente dell’attore come ‘nuovo sacerdote’, senza tralasciare il tema centrale della redenzione come fondamento della nostra più profonda (e cristiana) matrice culturale.

    Proprio la straordinaria rilettura operata dal grande musicista tedesco dei riferimenti esistenziali che stanno alla base del nostro universo socio-psicologico, alla luce di una figura centrale come Cristo, determina la freschezza di questo approccio scientifico, che viene corroborata da un’intervista al più grande esegeta wagneriano vivente, Quirino Principe, che in un’altra intervista inedita dice:

    «Wagner intende il mito come una ‘profezia’: non soltanto ci racconta nel modo più esauriente e più convincente come sono andate le cose dell’universo, ma ci narra anche che cosa avverrà in un tempo imprecisato, in un tempo possibilmente oltre il tempo stesso, poiché nel mito agiscono gli ‘archetipi’ e le ‘forme simboliche’. Essi hanno origine in una dimensione extratemporale, extra-spaziale, extra-cosmica, extra-mondana, nel senso proprio di metafisica. Tornano, ritornano o deformano, perché una volta finito il mondo finisce necessariamente anche il tempo».

    Il fascino del libro, comunque, non finisce qua. C’è spazio anche per l’interpretazione registica della Valchiria di un mostro sacro come Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, esaminata capillarmente nelle pagine finali.

    Un contributo necessario nella biblioteca degli addetti ai lavori e godibilissimo per gli appassionati di musica e di Occidente.