Il 24 agosto del 2006 l’Unione Astronomica Internazionale declassa Plutone a pianeta nano. Da quel giorno il nostro sistema solare conta otto pianeti invece di nove. Eppure Plutone, come da miliardi di anni a questa parte, si trova ancora lassù; anche se la classificazione ufficiale non lo annovera più tra i nobili abitanti dei nostri cieli, lui continua ad esistere, nascosto in piena vista.
Parte proprio dalla persistenza di un vuoto difficile da accettare “Plutone”, cortometraggio scritto e diretto da Alessandro Padovani, vincitore della Menzione Speciale all’Edera Film Festival 2026. Interpretato da Sandra Toffolatti e Diego Ribon, attori veneti di rara intensità, affronta l’elaborazione di un lutto e il conseguente straniamento di chi lo subisce. Padovani è noto per il suo interessante lavoro di scrittura che gli è valso, insieme a Lorenzo Bagnatori, la vittoria del Premio Solinas 2024 per la sceneggiatura di “Latte” (lungometraggio attualmente in produzione, ndr). Questo autore riesce a dare vita ad affascinanti storie dal grande impatto visivo come ad esempio il corto “La Zima del Signor”, in competizione nella scorsa edizione del sopracitato festival trevigiano. In “Plutone” il regista sperimenta molto, discostandosi dalla sua produzione precedente e abbandonando la cifra che lo contraddistingue; nonostante siano altre le tematiche in cui eccelle, in questo cortometraggio riesce a dimostrare una versatilità di genere non scontata.
Ma veniamo alla trama: i De Biasi vivono in una splendida villa moderna, un’oasi di estremo rigore, a cui fa da contraltare il tumulto emotivo che preme dietro sguardi sfuggenti e parole appena sussurrate. Il figlio Riccardo invita a casa l’amica Andrea per trascorrere la giornata insieme e ci sembra da subito evidente che non si tratti di una consuetudine, o almeno non lo è da quando una pesante perdita ha colpito la famiglia. Non sappiamo da quanto sia scomparsa la figlia maggiore Lucia, ma immaginiamo come potrebbe essere oggi attraverso i racconti del padre: un’adolescente talentuosa e dai mille interessi, appassionata di musica e di pittura. Tali storie sembrano però attestare che lei sia ancora in vita, perché tutte declinate ad un tempo presente.
Le inquietanti atmosfere create da Padovani ricordano timidamente i psychological drama di Yorgos Lanthimos e Lynne Ramsay, ci suggeriscono il peso del non detto e tingono ogni interazione di scomodità; nella gelida cordialità dei genitori di Riccardo ritroviamo i meccanismi di chi agisce per convenzione, seguendo schemi nati al fine di sopperire a un qualcosa cui non si vuole dedicare spazio. La vacuità del dolore permea gli asettici ambienti casalinghi che per quanto vivi, abitati, si trovano cristallizzati nel tempo, fermi al giorno in cui la figlia se ne è andata. I De Biasi si muovono negli spazi senza rompere l’incantesimo che ancora trattiene lo spirito di Lucia tra quelle mura. Meticoloso è il focus sui dettagli: una piscina inutilizzata, il pasto intonso, la stanza che diventa capsula temporale, un quadro dipinto da Lucia appeso in salotto. Lei è sempre presente, nascosta, ma sotto gli occhi di tutti.
Riccardo è diverso dai suoi genitori: nel loro turbamento si aggira in punta di piedi, vive il lutto con maggiore naturalezza e, nonostante rispetti le menzogne che si raccontano gli adulti, sceglie forse inconsciamente di sbilanciare quel precario equilibrio. Il ragazzo traveste per gioco Andrea da Lucia, creando un simulacro della sorella, quasi desiderasse di essere scoperto mentre infrange le mille regole non scritte. La visione di una figura così simile alla figlia scomparsa conduce i De Biasi all’amara realizzazione della perdita.
Come Plutone non è più presente tra i poster astronomici appesi nella camera di Riccardo, così Lucia non è più parte fisica del sistema solare dei De Biasi; ma la ragazza, proprio come il piccolo pianeta declassato eppure visibile, ancora rimane impressa nella memoria di chi l’ha conosciuta e amata.





















