Poesia e fantasia di Osvaldo Licini

"Che un vento di follia totale mi sollevi"

La mostra presente alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia (fino al 14 gennaio) espone cronologicamente il percorso artistico di Osvaldo Licini. Fin dagli esordi, ovvero dagli anni in cui l’artista frequenta l’Accademia di Belle Arti di Bologna con Giorgio Morandi, Severo Pozzati e Giacomo Vespignani e aderisce al futurismo, anche se più attraverso la stesura di un libro – I racconti di Bruto – che sulla tela. La sua partecipazione alla Grande Guerra è filtrata nei disegni esposti nella prima sala accanto all’originale Autoritratto (1913); in uno degli schizzi i soldati diventano burattini intenti a danzare al chiaro di luna mentre una figura fluttua in cielo, alcuni di questi elementi li ritroveremo lungo il percorso. Il successivo trasferimento a Parigi, in parte per riprendersi da una ferita di guerra, riavvicina Licini alla famiglia e soprattutto gli offre la possibilità di entrare in contatto con gli artisti delle avanguardie contemporanee. Più tardi, sempre nella Ville Lumière, apre uno studio e entra a far parte degli Italiens de Paris esponendo insieme in diversi Salon.

A poco a poco qualcosa muta sulla tela, nei paesaggi esposti riusciamo a intravedere la linea astratta che a breve prenderà il sopravvento. Licini nei suoi “ritratti” dei monti marchigiani dimostra di avere uno stile unico, le sue opere in mostra instaurano un dialogo con i quadri di Morandi e Carrà, ma preservano un tratto innovativo.

All’improvviso l’artista si rende conto che lo stile figurativo è superato: la pittura è l’arte dei colori e delle forme liberamente concepite, ed è anche un atto di volontà e di creazione, ed è, contrariamente a quello che è l’architettura, un’arte irrazionale con predominio di fantasia e immaginazione, cioè poesia”. Licini si avvicina al gruppo astratto che ruota attorno alla Galleria “Il Milione” di Milano, anche qui lascia il segno accanto a colleghi come Melotti, Reggiani, Fontana… Nascono Castello in aria (1932), Ritmo (Fili astratti su fondo bianco – 1931), Archipittura (1932) linee che creano figure bianche, nere, rosse e formulano un proprio linguaggio autonomo.

Anche in queste opere si riesce a intravedere la tappa successiva di un percorso artistico che si vota alla fantasia e alla poesia. Licini approda al periodo fantastico quando si è già ritirato definitivamente nel suo paese natale – Monte Vidon Corrado – insieme alla moglie svedese. Qui crea una corte di regine, angeli, ribelli, tutte figure fluttuanti. L’arte diventa poesia dirompente in tonalità accese, contorni marcati e contrasti di pennellate, una dimensione parallela che incanta lo spettatore.

Licini finalmente vola libero in un universo immaginario in cui ritrova se stesso, un luogo ricercato da tempo come si intuisce già nelle precedenti fasi pittoriche. L’artista-poeta offre una narrazione popolata dai suoi personaggi più amati: Amalassunta, la luna, l’Olandese Volante e gli angeli ribelli. Le figure si rincorrono lungo le diverse tele, sono ricordi dell’umanità intrecciati a miti antichi, libere e leggermente irriverenti danzano davanti a noi e ci accompagnano attraverso questo universo delicato, difficile da dimenticare.

OSVALDO LICINI.
Che un vento di follia totale mi sollevi

A cura di Luca Massimo Barbero

22 settembre 2018 – 14 gennaio 2019

Collezione Peggy Guggenheim, Palazzo Venier dei Leoni – Dorsoduro 701, Venezia

Orario: apertura 10-18 tutti i giorni. Chiuso il martedì

Info: http://www.guggenheim-venice.it