Una prima stagione fin troppo incerta nell’assestamento ma con buone potenzialità, una seconda a cui viene data fiducia che però delude perdendosi negli stessi vecchi difetti. Questa è l’anamnesi in questo momento di Preacher, arrivato al capitolo conclusivo della sua terza annata dopo una riduzione del numero di puntate (da tredici a dieci), del budget, e degli ascolti finendo però per ottenere paradossalmente migliori risultati in questa situazione di difficoltà. La creatura di Ennis e Dillon adattata dall’altro dinamico duo Rogen & Goldberg infatti, per i suoi fan, rimane fonte di ansie e nervosismi, dato che la quarta stagione non è ancora stata ordinata, e l’audience non sembra aver premiato troppo quello che nell’economia della serie è stato un deciso passo avanti.

Il plot

Dov’eravamo rimasti? Tulip è morta, Jesse è disperato, Cassidy è fatto come una pigna, Starr deve fare di un subnormale il nuovo Gesù e Dio è morto. Circa. La nuova stagione, conscia del fatto di non poter perdere un personaggio come Tulip vista la sua struttura narrativa ancora fragile, la riporta in vita attraverso la nonna di Jesse, tale Mrs. Marie, strega e imprenditrice dell’occulto, ancora legata alla cultura rurale della magia a scettica verso l’industrializzazione nel mercato delle anime portata avanti dai colossi asiatici. Si era capito tutto dal finale della scorsa stagione, è tutto sommato è meglio così, perché la mossa appare più ragionata. Questo è l’espediente che riporta i nostri in carreggiata e dalla prima puntata ci cala in ambiente del tutto nuovo, quello del paesino natio di Jesse, della sua infanzia spesa al servizio della crudele nonna e della lotta per la vita e la morte delle realtà familiari come questa nel mondo dell’occulto. Il nostro predicatore, costretto a ritornare agli ordini della perfida vecchia, non ha altra scelta che sottomettersi fino a quando non riuscirà recuperare Genesis e riaffermare la sua autorità. Nel frattempo Cassidy, allontanato, avrà un’esperienza parecchio originale, il Graal dovrà rivedere le proprie politiche aziendali, a Hitler spetterà rimettere in piedi il Reich a partire dai fast food e giù all’Inferno dovranno capire che caspita sta succedendo.

La serie

Mentre cala l’attenzione del pubblico americano nei confronti di Preacher (qui in Europa continua ad andare più forte che in madrepatria), scema anche la presa di Seth Rogen e del socio sulla produzione della serie in questione, scivolata in secondo piano rispetto ai primi passi di The boys, la nuova creatura in 16:9 della coppia, per l’occorrenza in collaborazione con Amazon. Se pensavamo a questo avvenimento come al colpo di grazia sulla carcassa agonizzante (possiamo dirlo?) di Preacher, evidentemente ci siamo sbagliati. La serie non si è affatto persa nelle mani dei mestieranti (nemmeno di livello troppo alto) ma ha ritrovato ritmo, compattezza e una certa sicurezza nella propria messa in scena, per non parlare dell’equilibrio tra commedia, azione, dramma e blasfemia polemica che è sempre stato parecchio basculante.

Rimessa a nuovo, dopo un mezzo flop come quello della seconda stagione, alla stregua di un’auto scassata, la narrazione di Preacher da un lato conferma alcune vecchie abitudini, dall’altro con decisione capisce che il salto di qualità è ora o mai più, e, finalmente, osa. Che in sede di scrittura facciano fatica a imperniare le vicende sul dinamismo è ormai fuori discussione – l’anno scorso lo sviluppo dell’intreccio aveva finito per arenarsi nella catapecchia di New Orleans e la qualità complessiva ne risentì parecchio – quindi tanto vale lavorare sull’ambientazione più che su altri aspetti, quantomeno nell’immediato, visto che non sarà un elemento passeggero. E così alla buon’ora abbiamo un contesto solido che nei primi due episodi viene preso e calato dall’alto con decisione. Angelville e Sonsabitches sono due episodi che si perdono poco in chiacchiere e con flashback in b/n, caratterizzazioni concrete dei nuovi personaggi, un sistema di forze del tutto nuovo, ci fa capire subito come funziona.

Si sta dunque fermi, ancora una volta, ma la tenuta di Angelville è senza ombra di dubbio una realtà infinitamente più interessante rispetto ai contesti del passato. Il pacchetto di personaggi che lo accompagna non è da meno. Anche al di là del ruolo villain stagionale effettivo ricoperto dalla signorina Marie, della semplicità perfettamente centrata del guardaspalle di lei Jody e del rigorosamente inutile T.C., la semplice introduzione di un nuovo schieramento sullo scacchiere permette ai vari conflitti narrativi di svilupparsi in maniera più agevole, gestendo meglio i tempi e potendo contare su un quadro relazionale più ricco. Ora complessivamente, nella prima metà della stagione abbiamo lo scatenato trio, Mrs. Marie e Angelville, un Graal ricompattato e il team di Satana, e con un’impostazione scenica di questa ampiezza finalmente si inizia a ragionare. Con un bel po’ di ritardo viene arricchita la componente delle caratterizzazioni, dopo venticinque episodi ancora imbrigliata a livelli imbarazzanti. Il lavoro sui personaggi, specie Jesse e Cassidy, permette di evitare il coacervo di giustificazioni esplicite come si dava come nelle prime due stagioni e concentrarsi maggiormente sull’aspetto narrativo, senza l’ansia di dover rendere ragione di ogni singola azione. Dominic Cooper non appare comunque mai in grado di imbastire una performance di continuità e fermezza – ma ormai c’abbiamo già fatto l’abitudine – mentre Gilgun si conferma il primo punto di forza più preziosa della serie.

Quest’ultimo fattore si origina da quello che è un’espediente classico ma che finora Preacher aveva colpevolmente ignorato nelle sue difficoltà di scrittura, cioè la separazione coatta dei protagonisti. Tutti e tre ne ricavano qualcosa di buono, tanto per dire Jesse rende meglio come eroe d’azione, al centro della scena che non deve condividere se non con spalle (Pip Torrens si adatta bene alla mortificazione del ruolo di Starr), Tulip finalmente fa qualcosa di più rispetto al solito comportarsi come una fanatica di Tarantino e vederla interagire in nuovi contesti come quello infernale o direttamente con il Graal fa respirare il personaggio, mentre Cassidy che casualmente trova un modo per riflettere sulla sua natura offre spunti comici e drammatici molto interessanti, con una side story tutta sua slegata dalle altre nella quale rende decisamente più che incastrato in quel triangolo amoroso di cui non fregava nulla a nessuno. Il suo incontro con il vampiro radical chic Eccarius non si conferma nemmeno fine a se stesso perché nelle sue fasi conclusive dà pure il la al pretesto per la guerra nella quarta stagione (forse).

Questa tratteggio di una “geografia” molto più vasta e di uno scacchiere più corale è linfa fresca per Preacher. Ora non solo ha una strada seria davanti a sé, ma anche sufficiente disponibilità di risorse narrative per non dedicare le prime puntate di ogni stagione alla preparazione per gli avvenimenti immediatamente successivi: insomma, inizia a intravedersi una certa progettualità, un pensare a medio-lungo termine del tutto assente prima di questa terza annata. La nuova abbondanza di materiale – seppure ancora labile – permette di confezionare un finale di quelli potenti, sacrificando personaggi senza troppe preoccupazioni perché c’è qualcuno pronto a rivedere la propria posizione. Appunto, il Graal subisce più di qualche ribaltamento nel corso della stagione (e altri seguiranno), in particolare a causa della discesa in campo e dell’ingombrante presenza dell’Allfather, il vero capo, e della conseguente ridefinizione di Starr, Humperdoo (tutti quanti!) e Lara – e senza contare che dovremmo trovarci un altro Hoover. Sul versante opposto negli Inferi è scoppiato un pandemonio che apre a due nuove piste per il futuro, da un lato la coppia che scoppia Saint & Arseface, dall’altro Hitler, un Azrael che avrà bisogno di un oculista, e di quelli bravi, una poltrona da occupare, un caprone da macellare e tanta burocrazia arretrata.

Cosa aspettarsi dalla quarta stagione

Tralasciando il fatto che il rinnovo non è ancora stato ufficializzato e quindi tutto quello che seguirà avrà ancora meno valenza di quanto scritto in precedenza, lo stesso discorso di prima vale la stagione ventura. Non solo abbiamo un’impostazione solida e siamo esentati dall’accontentarci del solito colpo di scena a effetto ma sprovvisti di appigli, ma siamo di fronte anche un quadro complesso. Non ci sono più regole ormai, nel mondo dei vivi come in quello sotterraneo, perché il Santo può sparare a Satana, Dio andarsene in giro in chopper con la tutina sadomaso (farà effettivamente qualcosa adesso? intanto s’è fatto vedere), e Jesse, riconciliato con Genesis, ha un potere inimmaginabile, che può trovare un degno avversario solo con le armi del Santo, quindi la prossima estate ci vorrà prontezza di spirito e capacità nella writer’s room per inserire in una narrazione robusta dei crack come questi. Una quarta tornata è comunque probabile, visto che gli ascolti in ogni caso sono cresciuti (anche se di poco) e una certa parte di pubblico si è scoperta più interessata a un Preacher magari meno elegante e lezioso ma sicuramente più concreto. Certo è che deve continuare a battere questa strada e non buttare alle ortiche questa nuovo inizio (sarebbe il terzo), limitando le chicche – le tombe-colosseo o la bara e la fantasia western sono più cie sufficienti – ed evitando di rifuggire troppo la semplicità, specie quando serve essere concreti. Sulla fiducia, gli si può concedere anche qualcosa in più di quanto meriterebbe effettivamente, ma tutto ciò non toglie che la serie si porta sul groppone un grosso bagaglio di inutilità accumulato durante gli anni scorsi.