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Il Premio Città di Venezia alla Mostra del Cinema 2016

Bilel Briki (Fathi) et Hichem Yacoubi (Moha)

Già in pieno avvio questo Festival immalinconito dal terremoto e dalla ferrea sorveglianza di polizia e vigili comunali  sotto la minaccia di attentati.

Eppure questo coraggio  di rispondere alla morte con lo slancio della creatività e dalla voglia di una rinnovata convivenza civile e religiosa fanno della Mostra un punto fermo  di rinnovamento.

Si sono già visti film, o si vedranno, che guardano  alle esigenze e alle speranze dei giovani, come accade nel nuovo lavoro di Gabriele Muccino con “L’estate addosso” o  in ”Questi giorni” di Giuseppe Piccioni. Arricchito il tabellone dei film per la vistosa presenza della produzione americana che ha inaugurato pure il Festival con un rinnovato film musicale “La La Land” del regista Damien Chazelle dal ritmo vertiginoso e dalla rievocazione di leggendari compositori afroamericani e in cui brilla per danze canzoni  e simpatia la diva  Emma Stone. Pure la stessa Stone incita i giovani, nella trama delle sue vicende, a ”dire basta con il cinismo, inseguite i vostri sogni”.


Come ogni anno il primo Premio conferito nella Mostra è stato quello intitolato “Città di Venezia” che assume in questi tempi di drammaticità un valore ancor più impellente per gettare ponti  di collaborazione e fiducia verso gli altri. Il Premio infatti si prefigge lo scopo di accostarci a culture lontane e scarsamente presenti sui nostri schermi e mettere in contatto opere e cineasti dell’Africa e di altri Continenti dove è scarsa la comunicazione con il mondo occidentale.

Gli animatori del premio sotto la direzione del prof. Michele Serra e dell’Assessorato alle Politiche Sociali  del Comune di Venezia comunicano che nel 23^ anno di nascita del Premio sono stati premiate 17 opere di registi africani e 6 del Continente asiatico. Da rilevare che il Servizio Immigrazione del Comune di Venezia è in stretta collaborazione con il S.P.R.A.R. (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati),che offre e realizza progetti soprattutto per bambini  con lo scopo di inserirli dignitosamente nella vita e nella cultura del nostro Paese.

Due sono i Premi offerti dall’Assessorato: uno va al migliore cortometraggio, l’altro per la regia di un lungometraggio. Quest’anno  è stato il ghanese Antonio Nti il fortunato vincitore del cortometraggio intitolato “KWAKUN” dalla durata di 15 minuti: in questo breve spazio compendia però con mirabile scioltezza di sequenze l’atmosfera e la mentalità di uno sperduto villaggio del Ghana seguendo  le vicende sbarazzine di tre giovanissimi monelli tra cui  lo smaliziato Kwaku che veglia e assiste l’amata e anziana nonna in un rapporto  di affetti, sotterfugi, attenzioni che nemmeno un adulto saprebbe inventare.

Vivono in questi quadretti episodici la freschezza del tramandare fole dall’arguzia sapienziale messe in bocca della nonna; sorgive e  argute le aspirazioni dei tre ragazzi per una vita dal respiro liberatorio. Il giovanissimo regista rivive la sua prima adolescenza in queste pimpanti e argute inquadrature felice di essere stato adottato da un coraggiosa signora belga che ha avviato Nti agli studi superiori e ora all’Accademia Cinematografica di  Anversa : segno eclatante di un riuscitissimo inserimento nella cultura europea.

Il Premio per il lungometraggio è stato conferito a  Raja Amari, una impegnata regista tunisina, per il suo “Printemps tunisien” dalla durata di 92 minuti: rilevavo l’aggettivo “impegnata” per avere incorniciato filmicamente con vera passione e originalità la rivolta vittoriosa  del popolo tunisino nel 2011 contro il dittatore Mohamet Ben Alì. Senza mosse retoriche la sommossa prende vita dalle avventurose giornate di quattro squattrinati musicisti che saranno coinvolti inaspettatamente nel drammatico  movimento rivoluzionario. I protagonisti si muovono tra vicende del loro Paese macchiato dai soprusi della polizia e dalla sotterranea corruzione dei funzionari statali.

La loro vita è altalenante tra fortunose fortune e umilianti sorprese che li inducono a sognare e aspirare a un espatrio clandestino. Sono le donne altrettante protagoniste sia nel bene che nel male : le une fiancheggiatrici del potere, le altre le vere fomentatrici della rivolta che grida “pane e libertà” –“il lavoro è un diritto” – “via gli assassini e ladri”. Le sequenze scorrono lievemente senza fratture irrobustite da una sana ansietà di rapporti fraterni , di bisogno d’amore  tesi al mitico raggiungimento di un sistema democratico.

Ha collaborato Farida Monduzzi