Dopo il Premio Orizzonti per la Miglior Sceneggiatura per Jinpa (2018), Pema Tseden torna a far parlare di sé anche quest’anno con Qiqiu (Balloon), prosecuzione ideale della ricerca sulla spiritualità buddista che è denominatore comune della sua filmografia, tra le condizioni di vita durissime e i costumi secolari della sua terra d’origine. Un’opera meno confusa e istrionica rispetto alla precedente, e proprio per questo più accattivante.

Con già tre figli sulle spalle, DargyeJinpa – preferisce non rischiare e inizia a usare i preservativi che la moglie DrolkarSonam Wangmo – gli procura. I bambini però li trovano e finiscono per utilizzarli come palloncini, esponendo la famiglia al pubblico ludibrio della loro piccola comunità. Nel frattempo anche la sorella di Drolkar – Yangshik Tso – è tornata a casa dal monastero per un saluto, recando seco il pesante fardello del suo passato.

qiqiu balloon

Partendo da un tema – la politica del figlio unico e del controllo delle nascite – già ampiamente sdoganato dal cinema cinese di fiction e, di recente, anche dal documentario One Child Nation (2019) di Wang Nanfu presentato al Sundance, Pema capovolge beffardamente la questione contrapponendo la preoccupazione demografica delle istituzioni ai capisaldi della religiosità tibetana, inscenando uno scontro tra titani – diritto positivo vs. legge divina – che nella realtà dei fatti si risolve in termini molto più prosaici: la famiglia non potrebbe permettersi un’altra bocca da sfamare, ma quando il lama avverte che il nonno appena deceduto dovrà reincarnarsi a breve, anche il marito “sessuomane” si riscopre credente chiedendo a Drolkar di tenere la vita che porta in grembo. E pure lo spettatore è invitato a interpretare la serie di sfortunati eventi in un’ottica fideistica: se la donna non avesse tentato di intromettersi nel ciclo delle rinascite optando per gli anticoncezionali, non avrebbe accumulato karma negativo e la vita sarebbe andata avanti come al solito. Un’ennesima prova del fatto che, una volta messa in moto, la ruota del dharma (la Legge, appunto) non può essere arrestata o più semplicemente il risultato di isolamento culturale?

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Al solito Pema, punta di diamante dell’intellighenzia tibetana, preferisce non dare risposte certe, collocandosi a metà tra il giovane intellettuale che con le sue idee e il suo amore traviò la sorella di Drolkar, e il saggio nonno che conosce alla perfezione – pur non avendoli conosciuti in prima persona – le tentazioni del secolo, della città con troppe automobili e troppi libri. Non un’affettazione di modestia, ma la sincera ammissione di impotenza di un autore che si riconosce ibrido, a metà tra due mondi. Due mondi che in Qiqiu sono ovviamente anche quello degli uomini e degli spiriti, quest’ultimo caratterizzato da un onirismo meno ctonio di Jinpa con sequenze al ralenti che ricordano il realismo magico di Emir Baigazin, del quale non è azzardato ipotizzare un’influenza – nello specifico dell’ultimo capitolo della trilogia di Aslan Ozen, Miglior Regia Orizzonti a Venezia75 –per quanto concerne la valenza metaforica del trio di fratelli.

Con un minimalismo espressivo più vicino a Tharlo (2015) – guarda caso c’è Shide Nyima nel ruolo del bacchettone del villaggio –, Pema riesce felicemente a proseguire nella sua indagine antropologica, rendendo giustizia a una cultura che rischia di venire fagocitata dal gigante cinese, ormai penetrato, sotto forma di peccaminosa modernizzazione, anche nei focolari dei pastori più devoti.