Una drag queen si reca presso una chiesa, luogo in cui deve incontrare il suo match di un’app d’incontri. L’appuntamento non va come previsto, sembra dilagare infatti un virus zombie e lei è tra i primi ad esserne vittima, in questo modo veniamo introdotti nell’immaginario zombie di Tina Romero in Queens of the Dead.
È l’innesco di un universo narrativo dichiaratamente sopra le righe. Una rappresentazione macchiettistica del presidente degli Stati Uniti d’America tiene a tranquillizzare la popolazione ”non ci troviamo in un film di George Romero’’ per rassicurare che nessuna epidemia zombie sia in atto. Già da questi due elementi inizia a delinearsi la pellicola di Tina Romero che rielabora l’eredità paterna senza timore di dissacrarla, costruendo una ZomCom queer e pop che sfugge a ogni canone convenzionale, con componenti e critiche sociali contemporanee. Quello che fa infatti è un’operazione di mash-up tra due aspetti della sua vita: gli zombie e la cultura queer.
L’apocalisse non è affrontata dai consueti archetipi del cinema post-apocalittico, ma da una comunità LGBTQ+ che trova il proprio epicentro nello YUM, un night club sfarzoso e scintillante, pronto a ospitare uno degli eventi più attesi dell’anno. Quando la star della serata, Yasmine, non si presenta, l’organizzatrice Dre cerca di salvare la situazione, arriva in aiuto Sam, ex drag queen ormai ritirata dalle scene. Ma lo spettacolo non avrà mai inizio: una zombie irrompe in pista e dà avvio al caos.

Da qui la loro lotta per la sopravvivenza che viene messa in scena con stravaganza, tra lustrini, luci a neon e canzoni, e in cui gli zombie vengono eliminati e colpi di tacco a spillo, lacca e altri modi sicuramente sui generis. Il film, infatti, unisce componenti da musical e tipiche da commedia con scene più cruente, sempre senza mancare di un tocco di ironia.
La pellicola ha sicuramente una forte componente demenziale che però non lascia da parte una riflessione sulla contemporaneità, in particolar modo una critica dei social media e della dipendenza da essi (in una vera e propria zombificazione da smartphone). Risulta sicuramente eccessivo e improbabile in alcuni momenti ma se l’intento di Tina Romero era creare una zombie comedy queer come mai vista prima, è indubbio dire che sia riuscita perfettamente nel suo intento.











